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A noi tutti pare indiscutibile che il territorio
debba essere pianificato dal potere politico secondo un disegno
razionale, e non invece lasciato all'"anarchia" delle decisioni
egoistiche degli individui. Imbevuti di collettivismo - la teoria
per cui lo Stato sa meglio di chiunque altro cosa fare I - stentiamo
a credere che la composizione dei diversi interessi individuali
in ordine all'utilizzazione del territorio possa essere realizzato
dalla smithiana "mano invisibile" del mercato. Il collettivismo,
nelle sue versioni forti o deboli, si basa infatti sul presupposto
che esista un livello di benessere sociale diverso dalla somma degli
interessi privati, che non può scaturire dal libero gioco dell'iniziativa
individuale o dell'associazionismo volontario. Dal dopoguerra fino
alla fine degli anni settanta queste idee hanno rappresentato il
latte con cui si sono nutrite intere generazioni di studiosi: "Sembrava
del tutto ovvio", scrive Andrea Villani, "che - specie in determinati
settori e ambiti di attività - non potesse venire accettato che
ai singoli privati cittadini - così come imprenditori, consumatori,
investitori - fosse concesso di fare ciò che volevano. C'era cioè
tutta la dimensione collettiva della realtà; lo sviluppo non avrebbe
dovuto essere lasciato al dispiegarsi senza controllo e vincoli
dell'iniziativa dei privati operatori, a iniziare dal modo di sviluppo
della città e del territorio. La pianificazione urbanistica pareva
il primo e fondamentale strumento da venire usato dal momento pubblico
alla scala locale. E, nel contesto urbanistico, i trasporti, la
residenza, i parchi, la tutela dell'ambiente". La credenza nella
programmazione politica del territorio costituisce quindi una esplicita
negazione della filosofia di fondo del liberalismo, il quale, al
contrario, afferma che non esiste un "interesse pubblico" distinto
dalle preferenze espresse dagli individui; che se anche tale interesse
esistesse non vi sarebbe alcun metodo per individuarlo; che se infine
qualcuno pretendesse di averlo trovato non avrebbe alcun diritto
di imporlo ad altri. In questa fine di secolo, tuttavia, la dottrina
collettivista è franata ignominiosamente, sia dal punto di vista
teorico che da quello pratico, assieme al crollo dei paesi socialisti,
e ciò non può non comportare conseguenze rilevanti anche in quei
settori, come l'urbanistica e l'ecologia, dove essa è ancora in
voga. Pochi sembrano rendersi conto che la devastante critica portata
dagli economisti liberali, primi fra tutti Ludwig von Mises e Friedrich
von Hayek, alla pianificazione economica centralizzata vale pure,
mutatis mutandis, per la pianificazione urbanistica. Sotto questa
luce, l'insicurezza delle strade, la congestione del traffico, l'incuria,
la sporcizia e l'inquinamento possono essere letti come effetti
negativi della proprietà pubblica, del controllo politico del territorio,
e dell'inefficienza burocratica. Ma possono dei beni pubblici come
le strade, i parchi, le fontane lo sviluppo armonico della città,
essere forniti da un soggetto diverso dal governo? Le idee dominanti
nelle scienze economiche e sociali negano decisamente questa eventualità,
perché la ricerca del profitto personale tipica delle transazioni
di mercato viene considerata un fattore incompatibile con la produzione
di beni che avvantaggiano l'intera collettività. Secondo la nozione
moderna messa a punto da Paul Samuelson i "beni pubblici" si caratterizzerebbero
per i due profili della "non escludibilità" (essendo impossibile,
o eccessivamente costoso, impedire a qualcuno di usufruirne, una
volta che il bene è stato prodotto), e della "non rivalità" (il
consumo da parte di qualcuno non riduce sensibilmente il consumo
del bene da parte degli altri). E' in presenza di queste due peculiarità
che sorge il problema del "free rider" (o "scroccone"): gli individui,
sapendo che anche senza il proprio contributo potranno comunque
fruire del bene, e non avendo alcuna assicurazione dell'altrui partecipazione,
saranno indotti a sottrarsi a quest'obbligo, dissimulando le proprie
preferenze. Se questo ragionamento razionale viene seguito da un
ampio numero di persone ne deriverà l'impossibilità di produrre
il bene, o una sua produzione subottimale, malgrado la sua grande
utilità; i free riders devono quindi essere sottoposti a coercizione.
Tra gli esempi di beni pubblici vengono comunemente indicati la
difesa nazionale, l'ordine pubblico, l'aria pulita, il verde, le
infrastrutture, le strade, le dighe, i servizi sociali. Più precisamente
i beni pubblici costituirebbero, secondo la teoria economica ortodossa,
un caso particolare di "esternalità", cioè un classico fallimento
del mercato. Le esternalità sono gli effetti di un'attività o di
uno scambio che ricadono su persone diverse da quelle che vi sono
direttamente coinvolte. Mentre le esternalità positive causano una
sottoproduzione del bene, perché i produttori non sono in grado
di catturarne integralmente i vantaggi, le esternalità negative
generano un'eccessiva produzione di mali, perché i produttori non
le annoverano tra i costi (ad esempio, non vengono conteggiati come
tali i sacrifici imposti alle persone che respirano l'aria inquinata
dai prodotti delle industrie chimiche). In entrambi i casi, il sistema
dei prezzi di mercato si dimostrerebbe incapace di perseguire risultati
efficienti (e da ciò la necessità della presenza della mano pubblica).
I postulati dell'economia del benessere (esternalità, beni pubblici,
fallimenti del mercato, economie di scala) sembrano essere rimasti
gli unici argomenti capaci di giustificare i comportamenti predatori
e autoritari dello Stato, una volta che le vecchie legittimazioni
dell'esercizio del potere (il diritto di conquista, il diritto divino,
i destini imperiali, la volontà generale, la volontà della nazione,
lo Stato etico, la dittatura del proletariato, la pianificazione
economica ecc.) hanno perso la loro attrattiva. Essi rappresentano
l'ultimo e più sofisticato parto scaturito dalle fervide menti degli
intellettuali di Stato per dare una parvenza di moralità alle confische
e alle violenze perpetrate dal proprio "datore di lavoro". In quest'articolo
mostreremo che non una delle loro premesse, pratiche o teoriche,
è fondata: l'affermazione secondo cui solo lo Stato può produrre
beni pubblici può infatti essere contestata sotto il profilo storico,
economico, etico e filosofico
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