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Quando alla fine del Settecento giunge in Italia
alla testa del suo esercito, Napoleone dà inizio ad un processo
destinato a trasformare radicalmente le istituzioni attorno alle
quali si era organizzata ed articolata, fino ad allora, la vita
civile delle città e, soprattutto, dei paesi dell'Italia settentrionale.
Al seguito delle truppe francesi arrivano, infatti, la coscrizione
obbligatoria, la pianificazione sociale, il prefetto, l'idea stessa
di "politica culturale" e di "religione civile", il centralismo
fiscale ed amministrativo. Nel 1801, inoltre, viene cancellata con
un solo gesto un'esperienza caratteristica dei centri padani ed
alpini, un istituto (come ha scritto Danilo Agliardi) "tipicamente
medievale, risalente all'anno Mille o forse prima, che si sviluppa
soprattutto nelle borgate rurali": la vicìnia. La vicinia era, in
un certo senso, quello che è ora il Comune. Essa si occupava, infatti,
di regolare la raccolta del legname nei boschi o l'accesso ai pascoli
seguendo le norme tradizionali del diritto consuetudinario; essa
regolava l'utilizzo delle acque e presiedeva alle opere di utilità
generale, fissava le imposte locali e ne organizzava la riscossione.
Rispetto al Comune di oggi, però, la vicinia manteneva alcuni caratteri
su cui vale la pena di riflettere, anche in rapporto all'attualità
politica. La relazione che univa tra loro i membri dei villaggi,
infatti, era in larga misura di tipo privatistico. Basti dire che
non tutti gli abitanti del paese o del borgo facevano parte dell'assemblea
annuale che votava a maggioranza le decisioni di spesa e che eleggeva
i sindaci, i ragionati, gli andatori, i campari, ecc. Ammessi a
far parte della vicinia erano solo i proprietari (ovvero sia i contribuenti,
piccoli o grandi), da considerarsi quasi come comproprietari di
un bene condominiale da amministrare nell'interesse di tutti. E'
evidente che, in tale contesto, il mandato ottenuto dagli eletti
non era di tipo rappresentativo (astratto ed ideologico), quale
è quello fissato dallo Stato moderno, ma piuttosto imperativo (concreto,
vincolato agli interessi e alle attese del proprietario-elettore).
Alla vicinia, inoltre, non erano ammessi i nobili ed i forestieri
(coloro che venivano da fuori, da altri comuni). Ma da cosa derivava
la propria legittimità questa democrazia paesana? E' semplice: essa
considerava i beni comuni (i boschi, i pascoli, i corsi d'acqua,
ecc.) quali proprietà collettive e private al tempo stesso, quali
proprietà indivise, ed è per questa ragione che i forestieri, i
nobili ed i nullatenenti - non potendo vantare alcun diritto storico
su di esse o non essendo in condizione di poter contribuire ai costi
di gestione - erano tenuti fuori dall'assemblea viciniale, composta
dagli eredi dei primi occupanti di quelle terre. Vi furono vicinie
di aree povere della pianura, ad esempio, che erano prive di dipendenti
e tributi fissi (senza imposte annuali), dove l'assemblea si limitava
a stabilire di volta in volta - come avviene nelle assemblee di
condominio - le quote da pagare per far fronte a questa o quella
spesa. Così come vi erano vicinie ricche che erano in condizione
di trarre le risorse necessarie alla propria esistenza da un'oculata
amministrazione dei beni comuni. Istituzione locale di natura essenzialmente
privata, in moltissime occasioni la vicinia ha prodotto ugualmente
beni di pubblica utilità, senza preoccuparsi di limitarne l'accesso
ai soli soci e anzi, in vari casi, destinandoli espressamente a
coloro che della vicinia non facevano parte. Da un documento della
vicinia di Ciliverghe, risalente al 1765, si desume ad esempio che
l'assemblea (composta dai rappresentanti adulti delle famiglie originarie
e proprietarie) decise di dedicare circa la metà del proprio bilancio
per mantenere un medico ed un chirurgo (coll'obbligo ad ambedue
di assistere tutti indistintamente e specialmente i poveri). Altro
esempio: quando, nel 1737, fu avvertita l'esigenza di costruire
una nuova volta per la chiesa parrocchiale di Bagnolo Mella, la
locale vicinia stabilì - con 260 voti favorevoli e 5 contrari -
di finanziare essa stessa tali lavori. E' interessante rilevare
che ad un'origine privatistica dei Comuni si siano recentemente
riferiti, in forma diretta o indiretta, proprio vari esponenti dell'area
liberaldemocratica, specie allo scopo di rilegittimare una riforma
fiscale in senso federale e municipalistico. Lo spirito imprenditoriale
che tanta parte ha avuto nella storia italiana, dal capitalismo
commerciale dei Comuni medioevali fino al boom del recente dopoguerra,
torna dunque ad riproporsi per merito del nuovo liberismo di massa,
quel liberismo popolano che rifiuta (con sempre maggior consapevolezza)
l'assistenzialismo, la coercizione, le logiche asserventi di uno
statalismo corrotto e fallimentare. L'autonomismo municipale torna
a coniugarsi con la libertà economica: la nostra società, dopo due
secoli di oblio, riprende a guardare con interesse al proprio passato
e alle proprie radici.
Carlo Lottieri
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