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In quest'epoca di crisi degli Stati, non sono soltanto
l'unità italiana o quella britannica ad essere messe in discussione.
In qualche circolo culturale, e soprattutto grazie ad alcuni intellettuali
controcorrente, la stessa idea dello Stato comincia ad essere contestata.
Sotto certi aspetti pare di tornare indietro di quasi un secolo.
Allora il panorama intellettuale presentava le utopie anarchiche
di un Francesco Saverio Merlino o di un Camillo Berneri, oltre alle
agitazioni libertarie di quei sindacalisti rivoluzionari che Filippo
Turati accusa appunto di essere più anarchici che socialisti. Negli
stessi anni, soprattutto, fiorivano studi e ricerche fortemente
influenzati dall'ultra-liberalismo del Giornale degli Economisti
e di quegli studiosi (da Gustave de Molinari a Yves Guyot, da Vilfredo
Pareto a Maffeo Pantaleoni) che Léon Walras definì efficacemente
con l'espressione "anarchici della cattedra". Tanto liberali e tanto
coerenti da immaginare, in qualche caso, una società interamente
basata sulla proprietà privata e sul contratto. Se il vecchio anarchismo
europeo di matrice socialista è oggi ormai in disarmo e ha perso
ogni attrattiva, è soprattutto sul versante liberale che l'anti-statalismo
sta prendendo piede, in particolare tra i giovani. Ma si tratta
di un liberalismo del tutto estraneo ai complessi d'inferiorità
da cui erano affetti i liberali post-crociani e i cultori italiani
di Ralf Dahrendorf, gli economisti keynesiani e i politologi abituati
a considerare la democrazia parlamentare un orizzonte insuperabile:
tutti intellettuali in diverso modo attratti dall'azionismo, dal
liberalsocialismo, da un gobettismo tanto ingenuo quanto maldigerito.
Il liberalismo libertario non vuole avere nulla a che fare con la
tradizione italiana e, più in generale, con il giacobinismo, il
nazionalismo e il laicismo che hanno segnato la cultura politica
dell'Europa continentale. Al punto che l'unico liberale del Novecento
che sta veramente a cuore a questi estremisti del liberalismo è
Bruno Leoni: un intellettuale sicuramente geniale e molto apprezzato
negli Stati Uniti, che ha scritto in lingua inglese il proprio lavoro
più importante (La libertà e la legge, del 1961) e ha dovuto attendere
più di trent'anni prima di vedere quest'opera tradotta in italiano.
Il merito di questa iniziativa è di un piccola casa editrice di
Macerata, la Liberilibri, e del professor Raimondo Cubeddu, studioso
della scuola austriaca ed anche autore di un Atlante del liberalismo
(edito da Ideazione) che al libertarismo dedica molte e illuminanti
pagine. A parte Leoni, però, sono ben pochi gli autori italiani
in cui i libertari si riconoscono: lo stesso Luigi Einaudi, d'altra
parte, appare troppo timido e moderato a questi innamorati della
libertà individuale e della concorrenza di mercato. I pensatori
di riferimento, allora, sono prevalentemente americani. E questo
non è certo casuale, se si considera che soltanto negli Stati Uniti
è veramente sopravvissuta quella tradizione giuridico-politica che
ha origine in John Locke e che è basata sulla tesi che gli individui
possiedono diritti naturali inviolabili. Per un americano, è normale
pensare che le istituzioni politiche debbano servire unicamente
alla tutela dei diritti della persona e, in particolare, alla salvaguardia
della vita, dell'incolumità e della proprietà. Alle orecchie di
un californiano o di un cittadino del Vermont non suona certo strana
né estremistica quella frase del presidente Jefferson secondo cui
il miglior governo è quello che governa meno, né quell'altra di
Thoreau, che aggiunse che il governo ideale è dunque quello che
non governa per nulla. Oltre Oceano queste idee hanno sempre avuto
buona accoglienza e hanno sempre suscitato interesse. Perfino negli
anni del dirigismo roosveltiano, così, i luoghi comuni dell'ugualitarismo
di Stato sono stati messi a dura prova da un intellettuale coraggioso
come Albert Jay Nock, mentre è proprio durante il dopoguerra welfarista
che sono state poste le premesse per quella rivolta culturale libertaria
che ha avuto in Murray N. Rothbard il suo protagonista più significativo.
Ed è proprio nel nome di Rothbard che oggi, anche da noi, il liberalismo
torna a scoprire quanto lo Stato sia illegittimo e quanto l'ordine
che emerge spontaneamente in una società libera, priva di monopoli
legali e di minoranze impadronitesi del potere, sia superiore ad
ogni sistema pianificato. Per Rothbard, insomma, lo Stato è una
semplice banda di ladri e di prepotenti che pretende di disporre
della nostra vita e delle nostre risorse, impedendoci di costituire
imprese e stipulare contratti. Grazie alle iniziative editoriali
di Aldo Canovari, responsabile della Liberilibri, questa letteratura
liberale comincia ad essere conosciuta. Oltre a Leoni e a Rothbard
(L'etica della libertà, del 1982, e Per la nuova libertà, del 1973),
Canovari ha pubblicato Nock (Il nostro nemico, lo Stato), Bastiat
(Contro lo statalismo), David Friedman (L'ingranaggio della libertà),
Block (Difendere l'indifendibile), Jouvenel (L'etica della redistribuzione),
Trenchard e Gordon (Cato's Letters), Novak (Verso una teologia dell'impresa),
ecc. E sono in cantiere testi di Ayn Rand, di Lysander Spooner e
di altri autori fondamentali della tradizione libertaria. Questa
esplosione di traduzioni è accompagnata dal lavoro di alcuni nostri
studiosi, che stanno in vario modo divulgando e rielaborando le
teorie del liberalismo classico e - in alcuni casi - dello stesso
anarco-capitalismo rothbardiano. Oltre al già ricordato Cubeddu,
vanno ricordati quegli studiosi della Luiss di Roma che (per merito,
in particolare, di Dario Antiseri, di Lorenzo Infantino e dell'editore
Rubbettino di Soveria Mannelli) stanno portando all'attenzione del
mondo intellettuale nostrano le ragioni della prasseologia di Ludwig
von Mises (maestro di Rothbard), del fallibilismo di Karl Popper
e dell'individualismo metodologico di Raymond Boudon. Dopo decenni
di calma piatta e, insomma, dopo il gran proliferare di una cultura
variamente neo-marxista, strutturalista e progressista, la scena
intellettuale comincia ad animarsi. Articoli e saggi di intonazione
libertaria sono facilmente riconoscibili anche su alcune importanti
riviste di cultura politica: da Biblioteca della Libertà (diretta
da Angelo M. Petroni) a Federalismo & Società (diretta da Mauro
Marabini), a Ideazione (diretta da Domenico Mennitti). Ed è su queste
pagine che alcuni giovani ricercatori dichiaratamente avversi allo
Stato moderno propongono critiche sempre più aperte nei riguardi
della fiscalità (considerata una rapina bella e buona), della solidarietà
pubblica (usata per legittimare lo strapotere dei politici e dei
burocrati), della regolamentazione (giudicata un'aggressione alla
libertà contrattuale), dell'ecologia di Stato (colpevole di ostacolare
un'oculata gestione dei beni ambientali), ecc. Queste discussioni
teoriche, certamente, conoscono pure qualche ricaduta politica,
nel senso più ristretto del termine. Il cielo della teoria e il
terreno della pratica militante, insomma, finiscono in più di un'occasione
per venire a contatto. Una delle prime occasioni di dibattito tra
anarchici "tradizionali" e anarco-liberali si ebbe quando su "A
- rivista anarchica" apparve una lunga lettera di un giovane libertario
bolognese, Guglielmo Piombini, che sul numero di maggio del 1995
argomentò a difesa del mercato e della proprietà privata, giudicati
strumenti fondamentali per salvaguardare l'autonomia della società
civile e porre solidi argini di fronte alla prepotenza degli apparati
di Stato. Fece seguito una risposta di Pietro Adamo e, nei numeri
successivi, il dibattito si ampliò, contribuendo a fare venire alla
luce molte idee e tradizioni culturali che fino a quel momento non
avevano avuto alcuna cittadinanza all'interno della nostra cultura.
Carlo Lottieri
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