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In un'epoca come la presente, segnata da importanti
dibattiti sul deperimento dello Stato moderno, la lezione di Thomas
Jefferson (1743-1826) mostra una straordinaria vitalità. E' per
questo da accogliere con soddisfazione la recente monografia di
Luigi Marco Bassani ("Thomas Jefferson. Un profilo intellettuale",
Guida, Napoli 2002, pagg. 200 €11,50), che ha soprattutto il merito
di evidenziare come Jefferson rappresenti un costante punto di riferimento
nei dibattiti teorici del liberalismo d'Oltreoceano. La teoria jeffersoniana,
in effetti, va sempre collegata a un'ispirazione politica individualista.
Il padre dell'indipendenza americana propugnava una concezione della
libertà che oggi viene detta negativa e che, difendendo il mercato
come luogo di incontro di libere volontà, cercava in primo luogo
la minimizzazione della coercizione. L'attenta analisi biografica
e l'accurato lavoro interpretativo di Bassani smontano pure le tesi
di quanti hanno voluto vedere in Jefferson un antesignano del moderno
welfare state. Al contrario, tutta l'esperienza intellettuale dell'autore
della Dichiarazione d'indipendenza è radicata nel liberalismo lockiano.
E il nesso evidente tra diritti individuali, proprietà privata e
difesa della libertà dei singoli stati federati offre un'altra solida
ragione all'interpretazione di Jefferson quale classical liberal.
L'uomo che emerge da queste pagine, allora, è un rivoluzionario
che fatica a dismettere questi panni anche quando - circondato da
una generale venerazione - assurge alle cariche più alte delle istituzioni
dei suo Paese. D'altra parte, ricostruire la vita di Jefferson vuol
dire mettere sotto i riflettori un successo personale che ha avuto
pochi paragoni nella storia. Egli fu governatore della Virginia,
ambasciatore in Francia, vice-presidente e poi presidente degli
Stati Uniti (dal 1801 al 1809). Nella parte conclusiva della sua
esistenza diventò instancabile organizzatore dell'Università della
Virginia, in cui vide il compimento di molte battaglie a difesa
della libertà di pensiero. Illuminista e rivoluzionario, in ogni
caso, Jefferson lo rimase per tutta la propria, esistenza, conclusasi
in pieno Ottocento. Molto nota, in questo senso, è quella tesi secondo
la quale ogni generazione ha il pieno diritto di darsi regole e
autorità del tutto nuove. Poiché gli uomini nascono liberi, gli
americani di domani devono sempre poter disporre della facoltà di
elaborare di nuovo (ex nihilo) quel patto che hanno sottoscritto
al termine della loro lotta contro le armate di re Giorgio. Una
generazione non deve poter far valere su quelle successive la propria
volontà: le mani dei morti non possono tracciare il cammino dei
vivi. E questo rende ogni costituzione sempre emendabile. E' la
superiore autorità del diritto naturale che apre la strada a tale
perenne relativizzazione degli ordini legali, che sono rispettabili
solo se si pongono costantemente in discussione, poiché "nulla è
immutabile tranne i diritti dell'uomo". Come Bassani evidenzia,
la teoria politica di Jefferson interpreta con vigore tre grandi
temi della tradizione liberale americana: la salvaguardia dei diritti
naturali individuali (intesi essenzialmente come diritti di proprietà),
la difesa del "pluralismo degli Stati" (ovvero di un ordine politico
che vede i governi competere tra loro in piena autonomia) e la valorízzazíone
dell'opposizione politica quale garanzia di libertà e stimolo al
rinnovamento delle pratiche di governo. Ce n'è a sufficienza per
fare di Jefferson, ancora oggi, un autore autenticamente "sovversivo"
e degno della massima attenzione.
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