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Diritto e proprietà: Hernando de Soto indaga
sulle difficoltà degli imprenditori non occidentali. E offre una
ricetta per sviluppare un mercato adatto al Sud del mondo
Una delle domande che da più tempo affascinano
storici, sociologi ed economisti è per quale ragione il mondo di
tradizione europea - intendendo, con tale espressione, tanto l'Europa
quanto i Paesi anglosassoni dell'America settentrionale e dell'Oceania
- sia riuscito ad imporre ovunque la propria cultura e ad ottenere
un livello tecnologico così elevato, al punto da diventare un "modello"
per tutti (o quasi). Questa domanda se l'era posta anche Max Weber
all'inizio del Novecento, individuando nella particolare razionalità
del capitalismo occidentale la molla fondamentale che avrebbe permesso
- prima all'Europa e poi agli Stati Uniti - di sviluppare un'economia
di eccezionale dinamismo e creatività. E se Weber aveva creduto
di rinvenire nell'ascesi intramondana dei calvinisti la radice ultima
della "diversità" europea e la vera sorgente dello spirito capitalista
(tesi, questa, ripetutamente sconfessata da storici e medievalisti),
è pur vero che il successo europeo affonda nel fatto che solo all'interno
del nostro universo culturale si sono avute istituzioni politiche
non in condizione di dominare la vita produttiva, la società, gli
scambi. Come scrisse agli inizi degli anni Settanta il sociologo
francese Jean Baechler è stata l'anarchia medievale a aprire la
strada al capitalismo alla competizione dei mercanti e alla libertà
di commercio. E tesi ugualmente interessanti sono state esposte
da Harold Berman (si pensi a Diritto e Rivoluzione, edito dal Mulino),
per il quale è proprio a seguito del conflitto tra l'Impero e il
Papato che nel corso dell'XI secolo si è assistito, in Europa, al
fallimento di ogni disegno egemonico e di ogni tentativo di uniformare
e monopolizzare il sistema legale. L'ordine giuridico si è fatto
quindi plurale, tanto che il diritto canonico è convissuto a fianco
di quello imperiale, quello comunale è coesistito con quello dei
mercanti, e così via. Questi temi sono ora stati riportati in auge,
arricchiti di analisi nuove ed originali, da alcuni volumi che stanno
suscitando importanti dibattiti, sia in America sia in Europa. Si
tratta di ricerche nelle quali lo sforzo di comprendere le origini
storiche e la natura più autentica del capitalismo occidentale spesso
si intreccia con un'appassionata riflessione sui problemi contemporanei
e, in particolare, con il tentativo di capire quali possano essere
le strategie migliori per aiutare i Paesi più poveri nella loro
quotidiana battaglia contro la miseria: dall'Africa alla Russia,
dall'Asia all'America latina. Nel suo ultimo volume (La ricchezza
e la povertà delle nazioni, edito in Italia da Garzanti), David
S. Landes legge quindi la storia europea scoprendo che se solo da
noi l'ingegno umano ha saputo produrre tante novità e così velocemente,
questo si deve certamente a fattori culturali importanti (tra cui
la centralità ebraico-cristiana dell'uomo e la subordinazione della
natura), ma anche e soprattutto come si è detto - alla grande espansione
che il libero mercato ha potuto conoscere all'interno del mondo
europeo tardo-medievale. Altre civiltà molto sviluppate, si pensi
al mondo arabo o a quello cinese, hanno presto dovuto fare i conti
con lo strapotere del ceto politico e con la sua volontà di controllare
il pensiero ed i traffici, la ricerca e le intraprese. In quei contesti,
i primi timidi tentativi di costruire un'economia capitalistica
sono stati quindi stroncati dalle preoccupazioni di quanti dominavano
la scena pubblica. Nelle sue riflessioni sull'universo cinese e
sul suo misterioso ma indiscutibile fallimento, il grande storico
di Harvard ha pure evidenziato come l'universo giuridico-politico
del Celeste Impero non abbia saputo delineare chiari diritti di
proprietà e, in questo modo, non abbia permesso il pieno sviluppo
di un ordine economico di libero mercato. I commercianti cinesi
sono certamente tra i più intraprendenti e hanno ovunque successo:
in America settentrionale come in Europa. Ma per poter operare efficacemente
devono disporre dì un ben definito quadro istituzionale. La stessa
Cina contemporanea, d'altra parte, sembra dibattersi all'interno
di questi problemi: sospesa tra il dinamismo di un'emergente nuova
borghesia ed il permanere di un ceto politico (quanto mai corrotto,
ça va sans dire) che ne frena la crescita e ne ostacola il pieno
sviluppo. Questo tema occupa una posizione ugualmente importante
nel libro che oggi più sta facendo discutere il mondo intellettuale
liberale e libertario: quel The Misteri of Capital con cui il peruviano
Hernando de Soto - a distanza di molti anni da quel vero bestseller
latino-americano che fu El Otro Sendero, dedicato ad illustrare
la logica dell'economia informale - si sforza di spiegare perché
il capitalismo sembra avere successo solo in Occidente, mentre pare
fallire ovunque (come recita, appunto, il sottotitolo del volume).
La lettura di tale testo è certamente avvincente, perché de Soto
ci prende per mano e ci porta tra le favelas brasiliane e bídonvilles
delle megalopoli centro-africane, mostrandoci come ovunque vi siano
imprenditori ingegnosi, uomini volonterosi, risparmiatori ammirevoli
e - addirittura! - capitali di una certa consistenza (si pensi all'immensa
distesa di costruzioni urbane che sono state realizzate, negli ultimi
decenni, in tante città del Terzo Mondo). Perché allora tutto ciò
non produce sviluppo e crescita? Secondo l'economista peruviano
la ragione è da rinvenire nel fatto che, mancando un ordine gìuridico
in condizione di tutelare efficacemente la proprietà (soprattutto
dalla rapacítà delle leadership politìche), in quelle società i
capitali non sono mai in condizione di farsi liquidi: investibìli,
negoziabíli, utilizzabili per le più diverse imprese. E' quindi
in primo luogo un gap giuridico quello che la Nigeria o il Brasile
devono colmare. Non già illudendosi che sia possibile "importare"
le pratiche giuridiche occidentali, dal momento che una delle maggiori
dìfficoltà, oggi, sta proprio nella difficile compresenza di un
diritto "artificiale" (di Stato, occidentalizzato, scritto) e di
un diritto "tradìzìonale" basato invece sul costume e sul prestigio
di talune figure sociali. Citando anche Bruno Leoni e recuperando
una grande lezione della scuola austriaca, de Soto evidenzia quindi
come il diritto sia in primo luogo e soprattutto un ordine che si
sviluppa spontaneamente: che emerge dal basso e vive nella cultura
di chi lo pratica. Nel Terzo Mondo esistono proprietà, allora, ma
esse faticano ad essere "concettualizzate" in termini giuridici
e ad essere accettate pienamente: il risultato è che una parte rilevante
dell'economia più dinamica si muove nel settore informale e nel
mercato nero, dove non c'è possibilità di accedere al credito e
vi è un costante rischio di subire sanzioni. Ogni Paese, questa
è la tesi dell'economísta di Lima, deve quindi cercare una propria
strada: valorizzando quanto vì è dì meglìo nella propria cultura
e sapendo elaborare una proprìa pratica giuridica davvero condivisa.
Diritto e proprietà privata: sono solo queste, comunque, le semplicissime
ricette che la nuova letteratura liberale suggerisce a quanti hanno
a cuore il futuro dei Paesi più poveri. I quali di tutto hanno bisogno
meno che dei finanziamenti a pioggia dell'Occidente e di ogni altra
ingerenza politica (targata Banca mondiale o Fmi).
Carlo Lottieri
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