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Salperà presto, la nave libertaria Freedomship
. Non si conosce ancora il giorno della partenza, ma la destinazione
sì: il Paese dell'utopia anarco-capitalista. Più che a un bastimento
o uno yacht, Free domship somiglierà a una chiatta di mastodontiche
proporzioni, da cui sorgeranno insoliti grattacieli galleggianti.
I lotti sono in vendita, e "Nave della Libertà" è un nome di buon
augurio.
I capitali sono norvegesi: infatti è un pool di imprenditori di
Oslo che ha deciso di investire somme considerevoli nell'impresa
sottilmente folle, la Grande Fuga dallo Stato. L'obiettivo è far
incrociare perennemente Freedomship in acque extraterritoriali,
trasformandola in una mini repubblica galleggiante senza nessuna
legge imposta dall'esterno, dando vita a un non-Stato libertario
dove più o meno tutto sia permesso, eccetto la violenza e la pedofilia.
È l'utopia anarco-libertaria che prende corpo, finalmente, dopo
decenni di fantasie da salotto e dibattiti astratti.
A dire il vero, la Repubblica galleggiante scandinava non sarà la
prima a realizzare i sogni antistatalisti: progetti simili sono
in corso di realizzazione su un atollo del Pacifico chiamato Oceania
, lungo la Awdal Road in Somalia e in una grintosa Laissez-faire
City in Costarica.
Traguardo condiviso da tutti è l'eliminazione delle tasse e di ogni
coercizione burocratica legata all'idea di Stato; e poi l'incremento
degli affari e l'adozione per ogni attività commerciale, dalla più
modesta alla più importante, della pura e incontaminata legge di
mercato. Perché, è bene chiarirlo, i libertari in questione hanno
poco da spartire con il tradizionale anarchismo europeo, e tanto
meno con il "popolo di Seattle".
Tutto il contrario: a loro modo ancora più anticonformisti e radicali,
i libertari in questione si identificano anima e corpo con l'economia
globale, la civiltà occidentale e le sue tradizioni, la morale individualista.
Politicamente, negli Stati Uniti, si riconoscono di solito nel partito
repubblicano, e detestano l'ala liberal dei democratici.
Aborrono qualsiasi forma di interventismo statale, respingono con
ribrezzo anche solo l'idea di dover delegare a una qualche "autorità
superiore" aspetti essenziali delle loro vite come il lavoro o la
difesa personale, la sanità o l'informazione, per non parlare della
morale pubblica.
L'intellighentsia liberale, quella classica, non li ama per il loro
radicalismo: teme che alla fine possano uscirne screditati proprio
i valori della Società Aperta di popperiana memoria, fornendo argomenti
ai fautori dello Stato interventista e keynesiano. Una cosa, dicono
i liberali classici, è denunciare gli eccessi di Welfare State,
un'altra sostenere la necessità di privatizzare persino i tribunali
e la moneta, o liberalizzare droga, prostituzione, commercio di
armi. Eppure proprio i fedeli alla scuola austriaca di Hayek e Mises,
pur trattando i libertari da fratelli minori un po' scapestrati,
non osano condannarli del tutto.
Sarà perché sono gli ultimi arrivati, i più innovatori, capaci di
immettere sangue giovane nella tradizione whig, veneranda ma un
po' parruccona. D'altra parte, se si guarda all'album di famiglia
dei libertari, si scoprono proprio gli appena citati Hayek, Mises,
Milton Friedman, padri tutelari anche dei liberali moderati. Bisogna
considerare poi il fatto che esistono numerosissime divisioni all'interno
dello stesso pensiero libertario: un arcipelago con isole disseminate
lungo la rotta che porta dal pensiero liberale classico, di matrice
europea, all'anarco-capitalismo radicale, molto americano, difficilmente
conciliabile con la tradizione del nostro continente. Ma anche da
noi qualcosa si muove. Non si tratta solo di esperimenti pittoreschi
come quello di Free domship : la prospettiva di rompere con la vecchia
idea di Stato comincia ad allettare gruppi di attivisti, piccoli
comitati agguerriti (si chiamano Frédéric Bastiat , Bruno Le oni
, Robert Nozick , o Il Libertario di Milano ) capaci di organizzare
incontri un po' carbonari ma appassionati. Liberali un tempo tradizionali,
come Sergio Ricossa, si confessano ora sempre più attratti dalle
utopie di Rothbard o David Friedman. Piccole case editrici aggressive
moltiplicano le loro scorribande ideologiche proponendo titoli come
Privatizziamo il chiaro di luna! o Difendere l'indifendibile : sono
la calabrese Rubbettino, le milanesi Facco e Il Fenicottero, la
napoletana Alfredo Guida, la marchigiana Liberilibri. Seguono le
riviste di area, fucine di nuovi talenti: Elite, Enclave, Federalismo
e Libertà . Si avanza poi la generazione di mezza età, da Raimondo
Cubeddu a Marco Bassani a Carlo Lottieri: e dietro di loro già si
profila l'ultimissima leva giovanile o addirittura liceale, già
pronta a polemizzare con i liberali classici Dario Antiseri, Lorenzo
Infantino o Antonio Martino, soltanto perché questi ultimi continuano
a difendere l'idea di uno Stato dimagrito sì, ma pur sempre regolatore
dell'economia e della società.
E dire che tutto era cominciato, negli anni Settanta, in sordina
e in stile underground: pochi addetti ai lavori ricordano oggi la
rivista pionieristica Claustrofobia , redatta da Riccardo La Conca;
quanto a Bruno Leoni, misconosciuto profeta della "common law" anglosassone
(intesa come antidoto all'eccesso di legislazione e di regolazione
degli Stati centralisti), le sue opere sono state pubblicate in
italiano, per merito della Liberilibri, con trent'anni di ritardo
rispetto all'edizione inglese. Poi, lentamente, la cappa di indifferenza
ha cominciato a incrinarsi. Se negli Stati Uniti il detonatore collettivo
è stato la guerra del Vietnam, osteggiata dalla maggior parte dei
libertari come esempio di statalismo guerrafondaio, gli anni Novanta,
con il crollo del muro di Berlino e la liquefazione della Prima
Repubblica, hanno acceso le micce in Italia.
La crisi dell'Unione Europea (criticata pressoché unanimemente dai
libertari come esempio di superstato burocratico e centralizzatore)
ha fatto il resto. Ma proprio l'espansione del nuovo filone culturale
ha accentuato fratture e distinzioni interne. L'arcipelago libertario,
ormai complesso, richiede conoscenze di base per la navigazione.
Se i liberali classici difendono le funzioni importanti dello Stato
e i "Chicago Boys" si dichiarano atlantisti filo-americani, chi
veleggia in direzione del continente anarco-capitalista incontra
dapprima i sostenitori dello "Stato minimo" (il caposcuola riconosciuto
è Robert Nozick); i "semi anarchici" alla Pascal Salin; i fautori
della "common law" anglosassone (oltre a Leoni c'è Bruce Benson).
Infine, ecco il cuore del libertarismo: là dove il rifiuto dello
Stato è totale, dove non si esita a prefigurare un mondo senza confini
dove ognuno possa rivolgersi a tribunali o polizie private, con
l'idea che sarà il mercato a stabilire quali saranno le istituzioni
migliori e le più efficienti. Ma anche qui, nel cuore del continente
anarco-capitalista, dove il mercato impera senza limiti e Rothbard
è considerato un profeta, corre il confine oltre il quale si collocano
i "conservatori culturali": uomini e donne con forti convinzioni
cristiane e morali, apertamente favorevoli ai secessionismi e disposti
a difendere con le unghie e con i denti quelli che considera no
i loro "diritti naturali", cominciando dalla proprietà privata.
Quanti sono, gli abitanti italiani di questo esotico continente?
In mancanza di statistiche, potremmo azzardare: un migliaio di "opinion
leaders", contornati da un'area di influenza in espansione. Usciranno
mai dalle riserve per diventare fenomeno di massa come in America?
Per il momento si può dire soltanto: la loro nave va.
Dario Fertilio
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