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Un secolo fa, in tutti i Paesi sviluppati, il
fisco prelevava all'incirca il 10% del prodotto interno: cento anni
dopo, dove più dove meno, tra imposte nazionali, locali, dirette
o indirette, accise, contributi sociali, ive, irap, ici e quant'altro,
l'amministrazione dello Stato, di tutti gli Stati dell'Occidente,
si pappa, gestisce per conto nostro se lo si vuole dire educatamente,
la metà di quello che tutti noi produciamo con il nostro lavoro.
Con piccole oscillazioni momentanee verso l'alto o verso il basso,
l'aumento della pressione fiscale è stato costante, chiunque abbia
governato, socialisti o liberali, democristiani o laici, democratici
o repubblicani, conservatori o laburisti, destra o sinistra.
La colossale quantità di denaro - dell'ordine di 13.000 miliardi
di euro (anno 2000), ovvero 26 milioni di miliardi di lire (per
avere un'idea, ricordiamo che il debito pubblico italiano ammonta
"solo" a 2,5 milioni di miliardi di lire) - amministrata ogni anno
dalla classe politico-burocratica dell'OCSE (i Paesi industrialmente
avanzati), per quanto ciò possa sembrare paradossale, non serve
a quello che, intuitivamente, ciascuno di noi pensa debba fare lo
Stato: approntare i mezzi per la propria difesa, provvedere alla
sicurezza interna, costruire infrastrutture idonee allo sviluppo
del Paese, amministrare la giustizia; e nemmeno a soccorrere chi
non per sua colpa non può provvedere a se stesso. Solo il 3% del
bilancio pubblico, per esempio, è destinato in Italia alla difesa,
solo il 2% alla sicurezza, meno dell'1% all'amministrazione della
giustizia, ancora meno del 3% per pensioni sociali e agli invalidi.
Il grosso della spesa invece serve a pagare prestazioni o servizi
di vario genere che ci vengono offerti, la maggior parte dei quali
potremmo soddisfare per conto nostro con più efficienza e gradimento.
Insomma la classe politico-burocratica si comporta con noi come
se fossimo tutti bambini, incapaci di provvedere a noi stessi.
Non ci consente di mettere da parte un piccolo risparmio e nemmeno
di assicurarci privatamente per l'evenienza di una malattia: ci
fornisce un servizio sanitario nazionale inefficiente, apparentemente
gratuito, in realtà finanziato da quel risparmio che non ci consente
di fare per nostro conto. Non ci permette di mettere da parte un
più consistente risparmio, magari da investire proficuamente, per
provvedere alla nostra vecchiaia: intanto incassa, poi, se ci saranno
i soldi, penserà a darci una pensione. Non ci lascia i mezzi per
provvedere all'istruzione dei nostri figli: incamera buona parte
dei nostri redditi e ci fornisce una scuola scadente, dove ben poco
s'impara e quasi nulla si insegna.
Perché il sistema piaccia ai burocrati è presto detto: se non ci
fosse, non ci sarebbero i burocrati. Perché piaccia ai politici
è leggermente più difficile da capire, ma in fondo è anch'esso del
tutto comprensibile.
Anzitutto c'è una ragione psicologica: il politico è per natura
un "ghe pens' mi", uno che crede di avere la soluzione buona per
quasi tutti i problemi della comunità in cui vive; altrimenti non
farebbe il politico. In altre parole, ci troviamo in presenza di
un mirabolante inventore di soluzioni per le questioni più disparate.
Avete mai sentito un politico rispondere a una qualsiasi domanda
"non ne so assolutamente niente e non saprei che cosa fare"? Candidato
alla Camera nel 1996, per le anomalie del nostro sistema, nel collegio
di Legnano, nel quale, come onestamente rivelai ai miei elettori,
non avevo mai messo piede fino ad allora, creai grande scandalo
nel corso di un'assemblea quando risposi che non ne sapevo niente
a chi insistentemente mi chiedeva come avrei risolto il problema,
lì molto sentito, delle esondazioni dell'Olona.
Il politico, insomma, si sente un po' come un piccolo (o un grande)
padre: egli sa e fa quanto è bene per noi, provvede e dispone nel
nostro interesse. In questa sua convinzione confortato dalla fortunata
circostanza che quanto egli crede sia bene per noi è certamente
anche un bene per lui. Immaginate di diventare assessore di un comune,
una provincia, una regione o addirittura ministro.
Dall'oggi al domani vi trovate lì, nel cassetto, qualche milione
(di euro) o addirittura decine e centinaia di milioni.
Quale sarebbe la vostra immediata reazione: decidere di spenderli
meglio del vostro predecessore per il bene della comunità (di cui
fanno parte, casualmente, anche i vostri elettori e voi stesso)
o rinunciarvi?
Posso assicurarvi che una delle cose più belle del mondo è poter
spendere, onestamente, il denaro altrui, nel caso particolare nostro,
fosse pure solo per il fatto di scansare l'angoscia che invece ci
prende quando il gruzzolo che diminuisce è quello delle nostre tasche,
magari per il fatto di dover pagare una delle innumerevoli opprimenti
tasse che ci massacrano.
Ebbene, trovo senz'altro lodevole che l'amico ministro Giulio Tremonti
ci assicuri che le spese dell'amministra-zione pubblica non cresceranno
l'anno prossimo più del tasso di inflazione, restino cioè sostanzialmente
invariate.
Avrei preferito però che, magari solo di mezzo punto, queste spese
diminuissero.
Anche perché, sarò malfidato, non riesco a capire come si potranno
ridurre le tasse, ciò che lodevolmente si propone, sia pure con
un lieve ritardo, il governo, se non riducendo le spese.
Giulio Savelli
(L'Opinione, 21 giugno 2002)
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