Fisco, democrazia e paternalismo
Uno studio di Carlo Lottieri su una delle filosofie politiche più innovativi, da Rothbard alle recenti "città di mercato" americane

 

Al grido di "privatizziamo il chiar di luna" Carlo Lottieri aveva iniziato qualche anno fa la sua "scandalosa" battaglia contro lo Stato.
E non a caso, visto che il giovane professore bresciano, docente di Filosofia del diritto a Siena, è uno degli esponenti agguerriti del libertarismo italiano, la corrente più "anarchica" del pensiero liberale che sviluppa il motto di David Friedman: "Non chiedere che cosa lo Stato può fare per te, chiedi cosa ti sta facendo".
La filosofia libertarians immagina una società in cui la pietra angolare sia l'individuo e lo Stato un Moloch da abbattere. Le uniche istituzioni pubbliche legittime -secondo i libertari - sarebbero infatti quelle che nascono, si sviluppano e vengono adottate a seguito della libera scelta di chi vi aderisce.
La società cresce in modo spontaneo, senza un ordine costruito dall'alto.
E in tal senso, la "comunità privata" o la città privata rappresenterebbero una specie di modello per le istituzioni pubbliche della vera società libera, all'interno della quale non devono trovare spazio obblighi che si pongano al di sopra della volontà dei singoli.
Non bisogna però credere che i libertari siano semplicemente una congrega di amministratori condominiali oltranzisti. Nello stagnante panorama ideologico, le teorie libertarie rappresentano, almeno in Italia, una novità dirompente.
Si può essere d'accordo o meno con quelli che vengono definiti anarco-capitalisti, si possono considerare le loro idee utopiche, velleitarie o pericolose, ma non c'è dubbio che la loro filosofia politica scardini le roccheforti ideologiche del Novecento. Va oltre.
E in un certo senso supera la sclerotizzata dicotomia tra destra e sinistra, offrendo soluzioni alternative ai problemi della modernità. Nel suo corposo saggio (Il pensiero libertario contemporaneo, Liberlilbri, pagg. 314, lire 3Omila), Carlo Lottieri traccia così un percorso storico, filosofico e politico che arriva alle radici del pensiero libertario, prendendo come punto di riferimento Murray N. Rothbard.
Il pensatore americano, nato a New York nel 1926 e morto nel 1995, allievo di Ludwig von Mises, è infatti uno degli intellettuali più originali di questo secolo e il maitre à pensér della scuola libertaria. Filosofo acuto e dissacrante, criticò con determinazione ed efficacia le ideologie stataliste, palesi o mascherate. Semplificando, per Rothbard lo Stato è una semplice banda di ladri e di prepotenti che pretende di disporre della nostra vita e delle nostre risorse, e di conseguenza l'imposizione fiscale non è molto lontana da un furto.
Lo Stato toglie all'individuo risorse sulla base di una presunta legittimità. Il libertarian, al contrario, è un individuo che difende l'autonomia dell'individuo e per questo si batte contro ogni intervento statalista in campo economico e sociale. Avversa ogni politica proibizionista, ama schierarsi dalla parte delle piccole comunità indipendenti.
In modo paradossale, come ha scritto Walter Block nel suo Difendere l'indifendibile, per i libertari sono attività legittime anche quelle dell'evasore fiscale, dello speculatore, della prostituta, dello spacciatore, dei mercenario, del pornografo.
E lo sono in quanto non ledono i diritti degli altri. Per questo motivo, secondo le categorie politiche europee, il libertario di matrice americana assume le caratteristiche al contempo di un duro conservatore (della libertà economica) e di un acceso progressista (in relazione alle libertà civili).
Ma, nota Lottieri, non è niente di tutto ciò: "Semplicemente è un liberale coerente, rigoroso, nemico della coercizione. Egli pensa che si debba evitare che alcuni uomini aggrediscano altri uomini (mettendone in discussione l'incolumità, le risorse e i diritti), ma è altresì convinto che per farlo sia necessario affidarsi alla concorrenza e al libero mercato". In soldoni, la libertà individuale (intesa come tutela dei diritti individuali naturali) è un bene politico supremo e per soddisfarlo sono necessarie agenzie private di interesse "pubblico" in competizione tra di loro.
All'apparenza, dunque, i libertari sembrerebbero anarchici, anzi lo sono nella misura in cui negano l'idea di sovranità dello Stato, sebbene poi siano favorevoli all'adesione personale e spontanea a gruppi e associazioni.
Le creazioni più interessanti e tangibili dei libertari sono infatti le "privatopie", vere città di mercato sorte negli Stati Uniti a cui si accede liberamente acquistando un'abitazione.
In queste counties private, i compiti tradizionalmente gestiti da apparati statali (ordine pubblico e gestione delle strade e dell'ambiente, risoluzione di controversie legali, protezione civile) sono invece assunti da istituzioni condominiali. E' quindi naturale che i libertari siano favorevoli alla dissoluzione dello Stato in quanto illegittimo e immorale.
E in tal senso guardano di buon occhio i processi di decomposizione degli Stati nazionali che mirano a far sorgere nuove forme federaliste e decentrate. Insomma, la forma sociale a cui tendono è la cosiddetta anarchia medievale, specie quella dei comuni italiani, che favorì la nascita del mercato e di un ordine sociale quanto mai libero, rispettoso dei diritti individuali e basato su relazioni essenzialmente private e contrattuali.