Cominciamo a votare Europa

 

C'è un che di masochistico in tutti questi ullalà per il "sì" dell'Irlanda al trattato di Nizza. Eppure l'entusiasmo sembrerebbe essere il sentimento prevalente: Silvio Berlusconi ha espresso tutta la sua soddisfazione prenotandosi per fare da gran cerimoniere alla firma del documento.
Rocco Bottiglione e Pierferdinando Casini applaudono "una grande vittoria dell'Europa e degli europeisti". Lapo Pistelli (Margherita) spiega che il voto irlandese "è la dimostrazione che l'euroscetticismo si può battere". Romano Prodi, da par suo, esulta: "Adesso finalmente sono aperte le porte alla riunificazione d'Europa". Per esserci una "riunificazione", beninteso, dev'esserci stata prima una "unificazione".
Non è chiaro a quale "unificazione" europea Prodi guardi come modello da restaurare: se a quella compiuta dall'Impero romano, a quella costruita da Carlo Magno, o a quelle azzardate e fallite da Napoleone e Hitler. L'euforia, ha spiegato (tra gli altri) il "Corriere della sera", sarebbe pienamente giustificata: sì, l'Irlanda approva il trattato solo in seconda battuta, ma se il primo referendum, lo scorso anno, aveva visto un'affluenza alle urne molto limitata, il 30 %, quest'anno ha votato ben il 49%. Il che significa che comunque il 51% degli irlandesi non s'è pronunciato.
Il trattato di Nizza è universalmente riconosciuto come un documento di importanza cruciale per il futuro dell'Ue. Poichè mette sul piatto la questione spinosa dell'allargamento, certo. Ma anche in quanto prevede il passaggio dal voto all'unanimità al voto a maggioranza in 40 aree di competenza del Consiglio Europeo, il che elimina il diritto di veto, limitando così ulteriormente la possibilità dei singoli stati di influire sulla politica dell'Unione.
La metà più uno degli stati-membri potrà insomma imporre le regole del gioco con cui anche la metà meno uno dovrà adeguarsi a giocare. Non è un cambiamento da poco - ed è per questo che sembra francamente ridicolo che la sua entrata in atto sia decretata dal 63% del 49% degli irlandesi.
Ovvero da 1.142.000 persone circa, che, detto per inciso, sono appena il 31% della popolazione dell'isola celtica. Il 31% degli irlandesi, insomma, ha scelto per tutti noi. (E' doppiamente vero per chi ha il passaporto italiano: la nostra democraticissima Costituzione non ci consente di organizzare un referendum sui trattati internazionali, nemmeno su Maastricht o Nizza, cioè su quei documenti che ci arruolano come cittadini della nascente nazione europea) Come può un processo tanto potenzialmente rivoluzionario come la prodiana "riunificazione" europea trarre legittimazione da una minoranza elettorale così esigua? Si dirà che l'anno scorso era stata una minoranza ancora più sottile a respingere il trattato. Vero.
Ma quella tra un "no" e un "sì" non è una differenza da poco: i "no" lasciano le cose come stanno, non cambiano la vita degli sconfitti. I "sì" impongono anche a chi non è d'accordo di caricarsi il peso di una decisione presa a maggioranza. Ancora. Il "no" a Nizza era, chiaramente, rinegoziabile - e infatti è stato "corretto" (alcuni commentatori hanno usato proprio questa parola: "corretto", quasi opporsi ai progetti di Bruxelles sia una malattia, una malformazione, un difetto, un errore d'ortografia). Questo "sì" è per sempre.
Accade un po' quello che è successo in Svizzera con l'ingresso nell'Onu, e che verosimilmente si verificherà di nuovo per costringere la Confederazione elvetica ad arrendersi all'euro. Le classi politiche, ansiose di entrare nel club delle grandi organizzazioni internazionali, e/o di irrobustirne le fondamenta (per l'ovvio motivo che l'una e l'altra cosa significano un ampliamento della loro sfera di potere), giocano a prendere l'elettore per sfinimento. Si vota e si rivota finchè dalle urne non esce il risultato sperato, atteso, anzi: necessario.
È un po' come se Ciampi, dopo il 13 maggio, avesse riaperto la campagna elettorale una, due, tre volte - sino a che la maggioranza degli italiani non si fosse decisa a scegliere Rutelli. È un gioco sporco. Ben altra cosa sarebbe se davvero l'appartenenza all'Ue fosse "rinegoziabile", e magari sottoposta a periodici referendum, dai singoli Paesi membri.
Non è così. Ed è facile prevedere che la Convenzione guidata da Giscard d'Estaign si guarderà bene dallo scolpire nel testo della futura Costituzione europea un diritto fondamentale: il diritto di secessione. Scommettiamo?

Alberto Mingardi