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"Non ci piace il modo in cui viene governata Singapore
(ma non sono certo affari nostri), eppure, parlando in termini relativi,
è un successo commerciale maggiore degli Stati Uniti, che potrebbero
prosperare, una volta che l'impero mettesse da parte le proprie
miserie, se fossero divisi in unità più piccole sul modello dei
cantoni svizzeri". Scrive così Gore Vidal, in una bella pagina del
suo Le menzogne dell'impero e altre tristi verità.
Perché la junta petroliera Cheney-Bush vuole la guerra con l'Iraq
e altrisaggi (Fazi, 150 pagine, 13 euro).
Da Vidal, non ce lo si aspetterebbe. E'stato tanto bravo a ritagliarsi
addosso l'immagine di critico spietato, lama fra i denti e occhio
di vetro, del mondo che suo malgrado lo circonda, che finisce per
stupire quando improvvisa una teoria, quando anziché attaccare,
propone, quando abbozza una risposta e non una domanda. In questo
libro, tuttavia, Vidal dosa bene l'una cosa e l'altra.
Azzarda tesi spesso interessanti, talvolta dietrologiche, fa le
pulci ai potenti del pianeta. Come da copione. Ma regala pure la
speranza di un sogno. L'idea che gli Stati Uniti debbano ritrovare
la propria anima, ritornando ad essere - com'erano in principio
- non uno Stato ma una confederazione di minuscole unità politiche.
"Eliminiamo Washington, lasciamo che gli Stati e le municipalità
tengano per sè le entrate che riescono a produrre".
"Torniamo ai nostri originari articoli di confederazione, a un gruppo
di Stati confederati in modo leggero e non gli Stati Uniti, che
si sono rivelati ingombranti e tirannici, proprio come Jefferson
aveva ammonito".
E lancia un messaggio pure all'Europa. "I baschi, i bretoni, i valloni
e gli scozzesi che vogliono liberarsi degli onerosi Stati-nazione
dovrebbero essere lasciati andare per la loro strada, perché possano
cercare e anche -perché no - ottenere la loro felicità, che è la
meta, o almeno noi americani abbiamo sempre finto di crederci, di
ogni impresa umana".
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