Articolo 18
 

Caro amico
in un dibattito politico su Rai Uno ho assistito ad un confronto di idee tra due deputati in merito alla legge che vieta il licenziamento del lavoratore senza giusta causa. Sinceramente tale discussione mi ha lasciato alquanto perplesso, tanto più che conosco bene l'argomento e ho potuto rendermi conto che nessuno dei due (uno di opposizione, l'altro di maggioranza) diceva la verità. Il primo drammatizzava gli effetti negativi dell'abolizione di quella legge ed il secondo cercava di minimizzare le intenzioni del governo, sostenendo che - in realtà - questa norma non avrebbe mutato il quadro legale vigente. In quel dibattito il buonsenso veniva così costantemente sopraffatto da preoccupazioni eminentemente politiche con il risultato che, come succede spesso in politica, venivano esposte solo mezze verità.
Da piccolo imprenditore, attivo da alcuni decenni, credo che il problema sia questo.
Nel 1942 il codice civile contemplava la piena libertà di licenziamento "ad nutum": cioè con un semplice cenno. A quel tempo l'unico limite era l'obbligo di preavviso oppure la corresponsione di un'indennità sostitutiva (art. 2118 Cc.). Negli anni Settanta fu varata una legge, detta "Statuto dei lavoratori", in cui si stabiliva che nessun dipendente potesse essere licenziato senza giusta causa. Il guaio è che la cosiddetta "giusta causa" non fu chiaramente stabilita per cui, a meno che si trovi di fronte al fallimento dell'azienda, oggi il licenziamento è di fatto impossibile.
Probabilmente in quel periodo di dilagante disoccupazione una legge di quel genere, pur sbagliata, poteva anche essere in qualche modo compresa. E tutto questo a dispetto del fatto che lo stesso professor Gino Giugni, uno tra i principali ispiratori di questa normativa, abbia in seguito dichiarato che egli sperava di non aver redatto lo "statuto dei lazzaroni" invece quello statuto dei lavoratori…
Ma il punto è un altro. Quello che non si riesce più a comprendere è per quale motivo, in un mercato del lavoro quasi privo di lavoratori disoccupati (al punto che abbiamo bisogno di circa due milioni di immigrati), un imprenditore che ha la sfortuna di fare un'assunzione sbagliata debba essere tenuto per legge a non rimediare al proprio errore, restando legato al dipendente "finché morte non sopraggiunga". Quando una persona ammazza dieci altre persone e viene condannata all'ergastolo, in caso di buona condotta può ottenere di essere liberata dopo un massimo di 20 anni. Anche se uno si sposa, può - se lo desidera - chiedere ed ottenere il divorzio. L'errore di chi invece assume un lavoratore che poi si rivela inadatto a quel lavoro o comunque indesiderato sembra invece non trovare alcuna possibile forma di espiazione. In altri termini, siamo di fronte ad un vero "tabù", perfino più radicato di quello che per molto tempo ha impedito la rescissione dei matrimoni civili.
Tutto ciò è privo di buon senso ed è condito da una massa di frottole. Bisogna smetterla, in particolare, di continuare a dar credito al mito della disoccupazione del Mezzogiorno. Dai dati del Ministero dell'Interno, infatti, emerge che l'agricoltura meridionale non potrebbe più vivere senza il mezzo milione di immigrati che a vario titolo impiega. Allora bisogna chiedersi se al Sud manchino lavori o stipendi… Quanti non lavorano, insomma, lo fanno anche perché sono in condizione di permettersi tale lusso (spesso finanziato dai contribuenti).
Più in generale, poi, è necessario capire che la politica deve smetterla di ficcare il naso nell'economia. In un paese dove non vi è nulla di simile allo "Statuto dei lavoratori", gli Stati Uniti, e dove viene semplicemente applicata la legge del mercato, i lavoratori hanno un tenore di vita tra i più alti del mondo, mentre l'economia continua ad assorbire milioni di immigrati (provenienti dall'Asia, dall'Europa centro-orientale, dall'America latina) offrendo loro condizioni molto migliori di quelle che l'Italia riserva alla sua immigrazione. Tutta questa diatriba sull'articolo 18, allora, segnala una cosa: che nel nostro paese continuare a mancare la minima comprensione di ciò che è il libero mercato. E, quel che è peggio, da tempo abbiamo perfino perso ogni minimo buon senso.

Giuseppe Quarto,
responsabile del Club "L'Imprenditore" di Brescia.