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Caro collega, alcuni giorni fa, tutti noi imprenditori
abbiamo ricevuto una comunicazione della camera di commercio con
la comunicazione che per quest'anno dovremo pagare se ci va bene
solo il 6% in più dell'anno precedente. Al di là delle considerazioni
sulla utilità della camera di commercio, mi sembra quantomeno inopportuno
in questo momento che un ente(?) aumenti delle quote obbligatorie
di più del doppio della svalutazione che il governo ci comunica.
Dobbiamo considerare che mentre il governo fa di tutto per aiutare
le aziende, ed in questo momento molte soprattutto nel bresciano
sono in difficoltà, alla camera di commercio non interessa, non
si sa per quale motivo chiede più soldi per poter continuare a spendere
in opere che poco anno a che fare con le sue funzioni, acquisto
quote azioni autostrade, aeroporti e ecc.ecc.ecc. La camera di commercio
non e nuova a trovate del genere, anche nel caso del passaggio dalla
lira all'euro, tutte le operazioni sono state senza oneri ma la
camera di commercio pretese il pagamento dei diritti camerali per
la variazione di bilancio. Sarei curioso di conoscere il bilancio
delle camera di commercio.
Tra i molti scandali di questo Paese, uno dei più
vergognosi (e di cui nessuno parla) è certamente quello delle Camere
di Commercio, istituti ibridi che da un lato rivendicano la libertà
d'azione delle associazioni private e che al tempo stesso, però,
hanno privilegio di imporre balzelli e obblighi che sono tipici
dello Stato. Da tempo, infatti, molti si chiedono a cosa servono
di preciso tali enti. Qualcuno sostiene che l'iscrizione alla Camera
di Commercio dovrebbe garantire la serietà dell'azienda, ma è ovvio
che le cose non possono stare in questi termini: tutte le aziende
fallite, infatti, erano prima regolarmente iscritte nei registri
camerali. Certamente quest'istituto rilascia certificati utili,
anzi indispensabili, in varie occasioni. Ma si tratta solo di pezzi
di carta che gli enti pubblici c'impongono di esibire quando sottoscriviamo
un contratto per la fornitura di un servizio pubblico o quando viene
aperto un conto corrente. In realtà, a nessuno quel documento serve
davvero: è solo la legge ad imporlo. Per di più, nella quasi totalità
dei casi c'è pure un bollo da pagare… Non sono solo queste considerazioni
a sollevare dubbi e interrogativi. Le imprese, infatti, si chiedono
come sia possibile che i bilanci di tali enti non siano mai pubblicati
o comunque non siano mai adeguatamente pubblicizzati. Perché, in
altre parole, enti privati di questo genere possono pretendere soldi
da altri enti privati (le imprese) e non tenerle minimamente al
corrente dell'uso che ne viene fatto? Perché un'associazione, con
i soldi rapinati alle aziende, concede prestiti agevolati ad alcune
ditte e solo a quelle iscritte a certe coperative-fidi di ben precise
associazioni di categoria e non a chi può rilasciare ben più solide
fideiussioni di primarie banche nazionali? È più che legittimo chiedersi
se una Camera di Commercio può discriminare in tal modo, dato che
usa soldi che necessariamente tutti gli imprenditori sono costretti
a versare. Così com'è inevitabile che ci si chieda per quale motivo
vi siano Camere che installano macchine per la distribuzione dei
certificati, ma poi ne limitano l'uso ai commercialisti e alle associazioni
di categoria. I responsabili delle Camere di Commercio affermano
che il loro operato è al di sopra di ogni sospetto, che i loro servizi
sono ottimi e utili alle imprese. Prendiamo per buona tale affermazione:
ma se le cose stessero in questi termini nessuno di tali enti avrebbe
motivo di temere la nascita di altre organizzazioni analoghe (in
concorrenza con loro) che offrissero analoghi servizi in un mercato
competitivo. E certo non vi dovrebbe esservi neppure un'impresa
orientata a rinunciare ai servizi delle Camere di Commercio: anche
in assenza di un esplicito obbligo di legge… In realtà, oggi le
Camere di Commercio sono organismi del tutto inutili, che ostacolano
quanti vogliono lavorare ed impongono inutili pesi a chi vuole lavorare
e intraprendere. Chi vuole aprire una bottega, deve obbligatoriamente
frequentare - a pagamento - un corso istituito dalla Camera; e stessa
cosa capita a chi vuole avviare un'attività di agente di commercio.
E se il giovane (pur bravo e volonteroso) non ha tempo da perdere
e soldi da sborsare, dovrà cambiare progetto di vita. In conclusione
resta solo da chiedersi come si possa continuare ad accettare tutto
ciò in uno Stato che si dice moderno e (almeno a parole) di tipo
liberale. In definitiva, finche noi imprenditori continueremo solo
a pensare al lavoro, ed a bofonchiare ogni volta qualche regolamento
limita le nostre libertà personali, non a beneficio della comunità,
ma a vantaggio solo d'organizzazioni o burocrati continueremo a
subire questi sorprusi. Non è ora di dire basta?
Giuseppe Quarto, responsabile del Club "L'Imprenditore" di Brescia
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