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costi della politica PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Domenica 19 Maggio 2013 10:49
Da un documento elaborato da Pietro Monsurrò dell'Istituto Bruno Leoni, il Quirinale continua a costare più di Buckingham PalaceÉ un segnale forte quello dato dai presidenti di Camera e Senato con l'annuncio del taglio delle proprie retribuzioni e dei propri benefit. Ma è solo un segnale che indica la strada. Se ieri Piero Grasso ha specificato che con il sostanziale dimezzamento dei suoi emolumenti da presidente del Senato farà risparmiare al contribuente qualcosa più di 100 mila euro, un documento elaborato dall'Istituto Bruno Leoni quantifica in circa 15 miliardi di euro il possibile taglio dei cosiddetti costi della politica.

Seguendo la classificazione internazionale delle voci di spesa statale, si tende a far coincidere i costi della politica con la voce "Organi esecutivi e legislativi, attività finanziarie e fiscali e affari esteri", che se condo gli ultimi dati della Ragioneria generale dello Stato pesa sui conti pubblici per 39 miliardi all'anno. Una cifra enorme, non composta esclusivamente da sprechi e privilegi della casta, ma in forte misura da funzioni essenziali della pubblica amministrazione. Per non perdersi nell'infinita analisi delle spese, voce per voce, per attribuire ogni singolo euro alla voce degli sprechi, a quella delle ruberie, o dei privilegi, oppure appunto alle spese sacrosante, Pietro Monsurrò, dell'Ibl, ha fatto la semplice operazione del confronto internazionale, consentita appunto dalla classificazione Cofog (Classification of the Functions of Government). Per scoprire che ai 39 miliardi spesi dai politici italiani per governare il Paese fanno riscontro cifre molto inferiori nei Paesi ai quali amiamo confrontarci. In particolare, solo la Germania ci batte, con una spesa di 42 miliardi, molto inferiore però se si guarda al dato pro capite: il costo della politica è attorno ai 600 euro all'anno per ogni cittadino italiano, di soli 500 euro per ciascuno degli oltre 80 milioni di tedeschi. In Francia il costo della politica è di 25 miliardi, in Gran Bretagna di 24: sono Paesi con popolazione simile alla nostra, e quindi con un costo pro capite di soli 400 euro all'anno. In pratica l'Italia li sopravanza di un buon 50 per cento. E da qui discende il calcolo del possibile risparmio. Se la politica italiana riuscisse a fare il suo lavoro imponendo ai cittadini un ticket analogo a quello di Francia e Germania, il risparmio sarebbe automaticamente di 15 miliardi all'anno, la differenza tra i 39 spesi effettivamente e i 24 che si spenderebbero con la semplice moltiplicazione di 400 euro a testa per 60 milioni di sudditi, come ama definirli sarcasticamente l'Istituto Bruno Leoni. La strada scelta dall'Ibl può sembrare una scorciatoia, ma ha il merito di un'indicazione precisa dopo mesi di discussioni un po' a vuoto. Un anno fa la commissione guidata dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini gettò la spugna e dichiarò di non trovare il modo di confrontare gli emolumenti dei politici italiani con quelli dei loro colleghi europei. Giuliano Amato, studioso e politico di lungo corso, fu incaricato dal governo Monti di studiare la spinosa questione del finanziamento della politica, ma dopo un anno le sue ricerche non hanno ancora prodotto risultati apprezzabili.

Dello studio IBL fanno impressione i confronti specifici sui singoli pezzi di spesa. Se il finanziamento ai partiti è ormai ridotto a 100 milioni all'anno, il Quirinale continua a costare più di Buckingham Palace (244 milioni la previsione 2013) e ad avere 1859 dipendenti, il doppio dell'Eliseo, dove pure il presidente francese esercita molti più poteri di quello italiano. Il Parlamento italiano costa complessivamente 1,6 miliardi all'anno, i francesi se la cavano con 900 milioni di euro, gli inglesi con 600.

Regioni, Province e Comuni costano circa 12 dei 39 miliardi. Di questi 4 sono spesi dalle sole province, per la metà in stipendi. In pratica, se si abolissero le province, il risparmio conseguito dall'abolizione delle assemblee elettive e delle giunte non andrebbe oltre i 110 milioni, ma secondo l'Ibl si potrebbe sperare di azzerare quei 2 miliardi di spese amministrative.

Da Il Fatto Quotidiano, 22 marzo 2013
 
 
svizzera PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Mercoledì 27 Marzo 2013 15:15
Scritto di Gerd Habermann, Filosofo ed Economista.

La Svizzera gode di una stabilità praticamente ineguagliata nel resto del mondo. Che cosa fa meglio degli altri? Qual è il suo vantaggio competitivo? E come riuscirà a mantenerlo?
Il verdetto è univoco. Nel confronto internazionale, sia in termini di localizzazione e di libertà, sia del numero di premi Nobel e della qualità di scienziati, imprenditori, artisti e poeti, da tempo la Svizzera è sempre ai primi posti.
Per la quarta volta consecutiva, il Forum economico mondiale ha dichiarato la Svizzera il paese più competitivo del mondo, davanti a Singapore, Finlandia, Svezia e Paesi Bassi. Nelle categorie capacità innovativa ed efficienza del mercato del lavoro è in testa alla classifica. L'economia svizzera è apprezzata per la sua stretta collaborazione con la scienza. Gli enti pubblici del paese sono ritenuti tra i più efficienti e trasparenti. Anche se la Svizzera è un paese piccolo, sotto il profilo economico figura tra le potenze di medio calibro. Nello scenario internazionale, si colloca al 20° posto per PIL, è in 9a posizione nelle statistiche sull'export e in 5a per l'esportazione di servizi. E soprattutto: è uno tra i paesi più ricchi del mondo.
Anche a fronte delle attuali sfide economico-politiche, il debito pubblico e la disoccupazione, la Svizzera esce a testa alta. Mentre paesi un tempo solidi sono sull'orlo dell'insolvibilità, negli ultimi dieci anni la Svizzera ha addirittura ridotto sensibilmente il suo indebitamento, dal 55 al 35 per cento circa sul prodotto interno lordo. E il tasso di disoccupazione, che in Europa si è attestato ai livelli più alti mai visti dalla nascita dell'unione monetaria nel 1999, qui ristagna intorno al 3 per cento.
Quali sono i motivi di questo successo? Quali sono i segreti della Svizzera?
Io vedo sette vantaggi competitivi.1 – Microstato: La Svizzera non rientra tra le "economie di scala", di cui tanto si parla in economia. Al contrario. Considerate le sue piccole dimensioni, ha più successo dei vicini più "grandi".
Non è certo un caso che, proprio in Svizzera, Jean-Jacques Rousseau (1712–1778) sia stato il primo dopo Aristotele a elaborare una teoria sulle dimensioni politiche ottimali: "Ogni entità statale ha un ordine di grandezza che non può essere superato, e dal quale spesso si allontana a furia di ampliarsi". Quanto più è vasta la compagine sociale, tanto più tenderà a disgregarsi.
In proporzione, uno stato piccolo è generalmente più forte di uno grande. Ciò vale anche qualora esso,
come nel caso della Svizzera, sia caratterizzato da una grande eterogeneità.
Rousseau fonda quest'affermazione sulle seguenti considerazioni: sulle lunghe distanze, l'amministrazione dello Stato risulta più faticosa, essa inoltre comporta maggiori oneri nella misura in cui si moltiplicano gli organi di governo.
Ciascun organo deve essere pagato e il più oneroso è quello più alto: Vi sono poi i vertici di governo, che soffocano tutto il resto. Il governo ha meno slancio e rapidità nel far rispettare le leggi, combattere i soprusi e prevenire le ingiustizie. Inoltre le medesime leggi non possono essere applicate alle province, che
operano in contesti geografici e culturali diversi.
2 – Vera democrazia In virtù delle sue dimensioni relativamente ridotte e del suo estremo frazionamento, la Svizzera ha il vantaggio comparativo della democrazia diretta.
La Svizzera non ha mai attraversato un'epoca di assolutismo statale. Non è mai stata, e non è tuttora, uno Stato burocratico alla stregua della Germania o della Francia. In nessun altro luogo al mondo i cittadini hanno tanta voce in capitolo, basti pensare all'elezione popolare dei giudici e al voto sull'indebitamento pubblico. Solo qui la democrazia non è una parola vuota, solo qui i cittadini possono ancora assumere incarichi che nei grandi Stati sono affidati a funzionari e costosi politici di professione. L'eguaglianza repubblicana è un valore assoluto. La "grandezza", sia in politica (il grande individuo) sia in economia (la grande SA), è vista con sospetto.
L'intensa partecipazione e la corresponsabilità politica hanno promosso la formazione politica dei cittadini, per cui risulta in certa misura giustificato il paradosso: un cittadino svizzero militante è politicamente meglio informato del deputato medio del Bundestag tedesco. "L'Etat – c'est nous": un'affermazione che appartiene più ai cittadini svizzeri che alle vicine democrazie di rappresentanza.
Di fatto, la Svizzera è più una "società cooperativa" che uno "Stato sovrano". Da un lato il sistema della milizia sostituisce la casta dei politici di professione, dall'altro, in ambito militare, ha ostacolato il costituirsi di un ceto autoritario di ufficiali. La Svizzera non si è mai configurata come uno Stato burocratico e partitico sul modello tedesco. In Svizzera l'amministrazione dello Stato è rimasta in larga misura autonoma o, ancora di più, un vero "autogoverno", nonostante gli oltre 30'000 funzionari pubblici federali.
3 – Decentralizzazione Un altro vantaggio della Svizzera è la sua ampia decentralizzazione, che si potrebbe addirittura definire come "non centralizzazione" perché, fatta eccezione per l'episodio della Repubblica Elvetica (dal 1798 al
1803), non è mai stata centralizzata. Non ha una capitale né un capo di Stato o un capo di governo secondo il modello tedesco. Qui si può sperimentare come dalla concorrenza tra le forze politiche scaturisca un servizio ineccepibile al cittadino.
Sia i cantoni sia i comuni dispongono di potere reale, a cominciare dalla sovranità fiscale. La Confederazione può disporre delle entrate tributarie solo in minima parte e prevede un diritto d'imposizione precario. A ciò si aggiungano gli ampi diritti dei cantoni e dei comuni, le cui forti competenze finora non hanno permesso
al mercato interno svizzero di realizzarsi pienamente.
La diversità viene concepita come opportunità, non come disparità indesiderata, da compensare con l'"armonizzazione". La divisione verticale dei poteri in virtù dell'efficace organizzazione cantonale e comunale determina margini di libertà e scelta molto più ampi rispetto alla separazione orizzontale vigente nei grandi Stati o negli imperi (insidiata spesso da eccessiva partitocrazia e dalla burocrazia).
4 – Sussidiarietà L'estremo frazionamento territoriale della Svizzera determina anche un'interpretazione del principio di
sussidiarietà che è del tutto inedita in Europa. Essa prevede l'applicazione coerente dei seguenti principi: più competenza possibile verso il basso, meglio privato che pubblico, meglio informale che formale. In nessun altro luogo, questa sintesi di globalizzazione e cosmopolitismo è così ben riuscita come in Svizzera. Per le sue dimensioni, la Svizzera nel confronto europeo è il paese più orientato all'esterno attraverso un continuo scambio economico, finanziario, culturale, scientifico, giuridico e sportivo, nonché più in stretto contatto con l'Europa e il mondo (basti pensare alla sua varietà etnica-culturale, coesa solo da una volontà politica comune).
La limitatezza delle forze decisionali determina l'intensità della vita politica, la pertinenza delle decisioni – seppure non di tutte – e una vitalità che è sconosciuta negli Stati di grandi dimensioni, con le loro desolanti burocrazie su larga scala. In nessun altro luogo la teoria della "concorrenza come processo di scoperta" di Friedrich August von Hayek valorizza meglio la conoscenza diffusa individuale come in questa piccola nazione e nelle sue ancora più piccole sottounità.
L'estrema frammentazione e la non centralizzazione, infatti, producono anche una certa flessibilità di fronte alle crisi, che manca alle grandi entità politiche ed economiche. La portata delle decisioni sbagliate è relativamente limitata.
5 – Principio di milizia In Svizzera i partiti, la burocrazia e i gruppi d'interesse non sono sovrani, ma semplici servitori della volontà politica dei cittadini. Il regime burocratico centrale di Bruxelles dimostra, come si evince dai rapporti della Corte dei conti europea, quale sia il prezzo da pagare quando il controllo politico indipendente è assicurato da un sistema di milizia e dalla trasparenza dei presupposti: ha il sopravvento la professionalità burocratico-tecnica, unita a un lobbismo ben mascherato. I politici di professione e i funzionari continueranno a nutrire la comprensibile esigenza di ampliare il loro repertorio di opportunità, i budget forzatamente finanziati e le prospettive di carriera.
Tuttavia, un piccolo Stato come la Svizzera è, come stiamo di nuovo constatando, politicamente più ricattabile di un grosso Stato. Questo è chiaramente uno svantaggio. Per assicurare la sua indipendenza, ha avuto bisogno di fortuna storica: l'hanno aiutata fattori geopolitici come la gestione dei passi centrali o il geloso desiderio di equilibrio dei grandi Stati concorrenti.
6 – Porto sicuro per capitali e cervelli Da tempo la Svizzera funge da roccaforte dell'indipendenza spirituale, in quanto approdo sicuro nel mare in tempesta della politica e, come noto, dell'economia.
Di conseguenza può costantemente incrementare il suo capitale intellettuale e monetario attingendo dall'esterno. Soprattutto in tempi di crisi, ha offerto un porto di approdo da Voltaire in poi, fino ai perseguitati liberali, democratici o socialisti del XIX e XX secolo. Ha difeso anche Lenin, un atto generoso all'insegna di un diritto all'asilo e all'accoglienza che dovrebbe essere svincolato da qualsiasi bandiera politica o ideologica.
Ciò dipende anche dalla sua rigorosa neutralità, che pone la Svizzera nella vantaggiosa condizione di svolgere credibilmente, a livello internazionale, un ruolo di mediazione indipendente, estraneo al concerto delle potenze. In tempi più recenti, la massiccia immigrazione dalla Germania è segno che la sua stabilità e attrattività economica continuano a essere apprezzate e alimentate.
Con il suo diritto del lavoro relativamente liberale è inoltre un modello di piena occupazione.
7 – Civismo La Svizzera presenta, e anche questo è un vantaggio, uno spiccato civismo. In particolare, al contrario della Germania, non ha dovuto attraversare le soverchianti catastrofi di due guerre mondiali o l'inflazione. Ancora oggi, è un esempio di misura, equilibrio e ponderatezza, sensatezza economica, oggettività e realismo. In Svizzera non esiste solo il segreto professionale di avvocati, sacerdoti e medici, il segreto postale e telegrafico, ma anche il segreto bancario, che esprime l'attenzione per la sfera privata del cittadino anche in relazione alla sua proprietà.
La legittimazione e l'identità della Svizzera non si basano sulla percezione di sé come nazione linguistica, culturale o religiosa, bensì sul riconoscimento da parte della maggioranza della popolazione di uno dei fondamenti politici dello Stato: federalismo e democrazia del consenso, ordinamento economico liberale e indipendenza. Dunque, rispetto alla maggior parte dei paesi, la Svizzera offre maggiori garanzie sulla proprietà privata e l'autonomia, e prevede anche più opportunità di sperimentazione a livello comunale e cantonale.
D'altra parte, solo in virtù di questa tradizione storico-politica e del pensiero equilibrato, la Confederazione svizzera può essere definita un'unità.
Conclusione
La Svizzera non ha motivi per dimenticare le sue origini di unione di Stati, costituita allo scopo di preservare l'autonomia delle città affiliate e i liberi consorzi contadini. "Si associavano per difendere la loro diversità", scrisse il filosofo di Neuchâtel Denis de Rougemont, "il fondamento della loro solidarietà non era il potere collettivo, bensì l'autonomia del singolo". Herbert Lüthy, lo storico di Basilea, descrisse la Svizzera come "antitesi": un'antitesi al pensiero in termini di collettività, concentrazione del potere, monocultura e omologazione.
La Svizzera deve conservare questa "antitesi". Rappresenta il canone dei valori liberali: scetticismo nei confronti del potere e dello Stato, proprietà, civismo e fiducia nella produttività attraverso la diversificazione. Nella competizione tra le nazioni, questo è un grande vantaggio. Il "modello svizzero" dell'autodeterminazione, dell'autoaiuto e dell'autoresponsabilità – ne è una prova il suo successo economico e politico – è anche una formula di benessere.
 
debito pubblico PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Martedì 26 Marzo 2013 12:55
di CARLO ZUCCHI

Crescita. Questa è la parola d’ordine che campeggia da anni nel dibattito pubblico. Eppure, più se ne parla e meno si propongono soluzioni coerenti a riguardo.

Da destra a sinistra si tuona contro l’austerity, ma solo per poter scialacquare quel po’ di denaro che lo stato italiano riesce a estorcere ai propri cittadini e indebitare ancor più Stato, famiglie e imprese. E chi predica il rigore (Monti), predica bene e razzola malissimo, perché si guarda bene dall’applicarlo al settore pubblico, salvo massacrare di tasse il privato. E per un paese che ha il suo maggior problema nell’eccesso di presenza pubblica nell’economia, non mi sembra la soluzione migliore per far ripartire le cose. Insomma, sia gli spendaccioni, sia i tecnocrati pro-austerity sono accomunati da un unico proposito: non diminuire il perimetro d’azione dello Stato e degli enti pubblici.

Come mai? Certo, per un politico è sempre più vantaggioso spendere a favore di alcuni, piuttosto che diminuire le imposte per tutti, perché a lui interessa il voto del 50% più 1 degli elettori per vincere le elezioni. Infatti, lo strumento della spesa pubblica consente di spendere a favore di alcuni i denari di tutti, che sono tanti in assoluto e ancor di più se ripartiti tra pochi (il 50% più 1), che ne traggono perciò un vantaggio sufficientemente grande da spingerli a essere riconoscenti al momento del voto. Ma a preservare lo Stato così com’è, oltre a queste motivazioni già da tempo note alla scienza politica, ce ne è un’altra legata al Trattato di Maastricht e ai famosi parametri basati sui rapporti deficit/pil e debito/pil. Parametri che hanno il difetto di alterarsi fortemente non appena il Pil, posto al denominatore del rapporto, non cresce o diminuisce. Infatti, se il Pil cala, i rapporti deficit/pil e debito/Pil tendono ad aumentare, a meno che le voci presenti al numeratore non arrivino a zero, cosa possibile (e auspicabile), almeno in linea teorica, solo nel rapporto deficit/Pil.

E a tutto ciò si aggiunga che in sede di contabilità nazionale gli stipendi pubblici, che sono parte rilevante di quella spesa corrente il cui taglio tutti invocano, vengono computati nel calcolo del Pil, dando per scontato che un reddito percepito costituisca un reddito prodotto, cosa vera nel privato, i cui costi e ricavi sono sottoposti ogni giorno al giudizio del mercato, ma non necessariamente per il settore pubblico, la cui inefficienza è scaricata sul contribuente. In poche parole, grazie a questi sistemi assurdi di contabilità nazionale, se si taglia la spesa pubblica diminuisce il pil e così aumenta il rapporto debito/pil, i conti peggiorano, indebitarsi sui mercati diventa più costoso e aumenta la spesa per interessi e con essa il debito. Insomma un cane che si morde la coda.

Del resto, cosa aspettarsi da tecnocrati imbevuti di teorie stataliste che hanno creato un’Europa fatta a immagine e somiglianza dell’ex-Unione sovietica. E che sta per fare la sua stessa fine. E per gli stessi motivi.

 
da l'indipendenza PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Lunedì 18 Marzo 2013 12:37
di STEFANO MAGNIL’Index of Economic Freedom 2013, la classifica della libertà economica dei Paesi di tutto il mondo, riconferma ancora una volta una vecchia verità: piccolo è libero. Gli Stati caratterizzati dalla maggior libertà del mercato sono cinque: Hong Kong, Singapore, Australia, Nuova Zelanda, Svizzera.Hong Kong è una città-Stato, teoricamente parte della Cina, ma ancora indipendente di fatto. Essendo riconosciuta quale “regione amministrativa speciale”, ha un suo ordinamento giuridico, segue le sue regole economiche, ha istituzioni che non rispondono direttamente al regime di Pechino. Nel corso del 2012 ha combattuto strenue battaglie (pacifiche) di resistenza contro le prevaricazioni del Partito Comunista Cinese, soprattutto nel campo della censura e dell’istruzione. E ne è uscito vincitore. Benché la libertà economica di Hong Kong sia leggermente in calo rispetto all’anno scorso, la città-Stato cinese è quella che, nel mondo, garantisce maggiormente il diritto di proprietà individuale ed è quasi del tutto libera dalla corruzione (contrariamente ai numerosi scandali della Cina). La sua tassa piatta (valida per tutti i livelli di reddito) resta ferma all’aliquota del 15% sulle persone e del 16,5% sulle imprese. La spesa pubblica è cresciuta nell’ultimo anno, ma resta inferiore al 20% del Pil. Le regole sul mercato del lavoro e delle imprese sono ancora le più trasparenti ed efficienti del mondo. E’ e resta l’ambiente migliore in cui investire. Il tutto in una singola città da circa 7 milioni di abitanti.Singapore, altra città-Stato asiatica, indipendente dal 1965, presenta caratteristiche simili a quelle di Hong Kong. E’ infatti una piccola società fondata su un mercato completamente libero, con una tassazione bassissima (20% per le persone, 17% per le imprese), una solida tutela dei diritti di proprietà individuale e intellettuale e la possibilità di fare impresa con pochissime scartoffie burocratiche. Per avviare una nuova attività bastano appena tre giorni, in media. Investitori nazionali e stranieri godono degli stessi diritti, senza alcuna barriera all’accesso. Basti vedere che su 120 banche, ben 100 sono straniere. Anche qui, il mercato del lavoro e delle imprese è e resta uno dei più efficienti e trasparenti del mondo. Il tutto in una singola città da 5,3 milioni di abitanti.L’Australia, si dirà, è gigantesca, grande quanto tutto il continente europeo. Eppure è ancora da considerarsi uno Stato “piccolo”, perché ha meno di 23 milioni di abitanti. Dispersi su un territorio tanto vasto, vanno a formare una nazione di piccole comunità e poche metropoli. La sua struttura amministrativa federalista fa sì che siano città e comunità che si autogovernano. Quindi è uno Stato che presenta tutte le caratteristiche del “piccolo”. E la sua economia, come quella di Hong Kong e di Singapore, è caratterizzata, prima di tutto, da una rigorosa garanzia del diritto di proprietà individuale. Le tasse non sono così basse sulle persone (aliquota massima al 45%), ma sono semplici e abbastanza basse per le imprese: una tassa piatta al 30%. Quel che effettivamente rende l’Australia un Paese economicamente molto libero è il mercato del lavoro, delle imprese e l’apertura agli investimenti internazionali.Con la Nuova Zelanda torniamo allo scenario classico di un Paese molto piccolo e molto libero. Con appena 4,4 milioni di abitanti, dispersi su un territorio all’incirca pari a quello dell’Italia, questa isola nel Pacifico meridionale è un piccolo paradiso per chiunque voglia fare impresa. Assieme a Hong Kong, le sue regole sulla libertà del mercato delle imprese e del lavoro sono le più liberali del mondo. Anche qui la proprietà individuale è considerata sacra e protetta come tale. La corruzione è pressoché inesistente. Il tallone d’Achille della Nuova Zelanda, dal punto di vista di un liberista, potrebbe essere rappresentato dalla spesa pubblica, smisurata rispetto al resto: quasi il 50% del Pil. Ma a quanto pare se la possono permettere, da quelle parti, senza far pagare uno sproposito di tasse ai cittadini: l’aliquota più alta è del 33% per le persone e del 28% per le imprese.Infine, proprio dietro l’angolo, abbiamo ancora la Svizzera che si riconferma nella top 5 delle economie più libere del globo. Neutrale, territorialmente molto piccola, patria originaria del sistema politico federalista, è classificata come il Paese meno represso di tutta l’Europa. Forse (quasi certamente) perché è fuori dall’Unione Europea e dalle sue burocrazie. Benché confini con l’Italia e ne condivida la lingua, almeno nel Canton Ticino, la Confederazione Elvetica, secondo i punteggi dell’Index, ha 20 punti in più di libertà economica. Le differenze che stridono di più sono nella tassazione, nella spesa pubblica, nel mercato finanziario, in quello del lavoro e nella libertà dalla corruzione. In termini semplici: il governo federale elvetico spende (in proporzione al Pil) la metà di quello italiano, tassa i suoi cittadini 4 volte meno, è molto più aperto agli investitori stranieri e non è corrotto. Mentre lo Stato italiano presenta una corruzione endemica, da Paese africano.Si potrà dire che non tutti gli Stati piccoli siano liberi. E’ verissimo. Ma perché tutti gli Stati più liberi sono piccoli, o federalisti? Sarà solo un caso?
 
sensa governo PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Giovedì 07 Marzo 2013 13:11
di LEONARDO FACCO

Una settimana fa, in Rete, circolava questa battuta: “Siamo senza governo, senza Papa, senza capo della polizia. Che culo, quando mai ci capiterà ancora”? Ieri, al contrario, Luca Cordero di Montezemolo, intervistato al salone dell’automobile di Ginevra, ha sentenziato con preoccupazione: “Il rischio maggiore per l’Italia è l’ingovernabilità”.

I “servi sciocchi” dello statalismo sono soliti affermare “che il motivo per cui la speculazione attacca l’Italia è dovuto alle incertezze nel governo”. Un luogo comune, smentito circa un annetto fa, dal caso belga, rispetto al quale si potevano leggere notizie di questo tenore: “Sono ormai quattrocento giorni, 14 mesi, che il Belgio risulta senza esecutivo: un vero e proprio record. Il Paese però continua a crescere economicamente, con il Pil in aumento del 2,4% mentre aumenta anche la preoccupazione per il debito pubblico, diventato il terzo più elevato dell’Ue raggiungendo il 100% del prodotto interno lordo”. Fenomenale!

E’ davvero curiosa la vicenda di quel Belgio (che oggi, in tempi di post-elezioni senza maggioranze certe, è tornato alla ribalta grazie a qualche notista italiano) che non solo è rimasto privo di un esecutivo per quasi due anni, ma che in quel lasso di tempo, grazie anche ai buoni rapporti con l’economia tedesca con cui i belgi hanno relazioni strette da sempre, ha continuato a crescere, tagliando spese e debiti. Domanda: merito della mancanza di un vero governo?

Il secondo presidente degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, sostenne “che il miglior governo è quello che governa meno”. Sulla scorta di tale tesi Henry David Thoreau convenne ne “La disobbedienza civile – e correva l’anno 1849 – che il migliore governo in assoluto è proprio quello che non governa affatto”. Da allora, una sequela di liberali come Dio comanda ha fatto a gara per dimostrare tale teorema, che il Belgio senza esecutivo ha persino confermato. Gli esponenti del libertarismo, che ha come plantageneta Murray N. Rothbard, ritengono molto semplicemente che una società senza Stato (non senza regole), e quindi senza monopolio della violenza legale, sia da preferirsi poiché le nostre istituzioni sono per loro essenza illegittime. Lo Stato, ahinoi, non è un’impresa di beneficienza che offre servizi che si possano accettare oppure no; anzi la sua azione ricorda più il modo di agire di Al Capone, dato che alle sue proposte non si può affatto dissentire. Non a caso, Stato e Mafia sono tra loro in concorrenza, sempreché non facciano accordi sottobanco.

Quel Belgio a cui accennavamo poco sopra, rimasto senza esecutivo centrale e decisamente più federalista dell’Italia, aveva ancora i suo vari governi locali, che funzionavano e amministravano bene. Camera e Senato non si erano dissolti nel nulla (purtroppo), ma la loro funzione era limitata dalla mancanza di un’autorità. I ministeri, burocraticamente parlando non erano svaniti (purtroppo), ma non potevano inventarsi nuove regole da far rispettare e nuove spese da accollare ai contribuenti. Il re era vivo e vegeto, ma a parte qualche firma di rito e un po’ di rappresentanza simbolica non ha mai avuto funzioni di fondamentale rilevanza. Anzi, Re Alberto II (nulla a che vedere coi napolitani nostrani), in quel biennio di vacatio governativa, decise di non concedere favori nobiliari a nessuno. Niente visconti e baronesse, dunque, contrariamente a una tradizione secolare.

In sintesi, la situazione del Belgio “ingovernabile” ha sfatato tanti miti che ci hanno propinato negli ultimi 60 anni, per cui:

1- I governi nazionali hanno poca o nulla utilità se non quella di arricchire i soliti noti e gli amici degli amici (le parole di Montezemolo son lì da rileggere).

2- L’assenza di governi, parlamenti e rappresentanza politica non è indice di caos, instabilità finanziaria e fine della civiltà.

3- I paesi civili funzionano anche senza rappresentanza democraticamente eletta. E quindi un paese che non ha votazioni democratiche e che non ha un governo eletto dalla maggioranza continua ad essere un paese civile. Se poi, con una certa onestà intellettuale, faceste lo screening dei rappresentanti del popolo eletti negli ultimi 20 anni, converrete con me che è meglio far da soli che essere governati da Scilipoti.

Chissà che Grillo tenga duro! Potrebbe finire che – riprendendo la battuta con cui abbiamo iniziato questa breve digressione – prossimamente ci ritroveremo finanche senza presidente della Repubblica, il cui mandato peraltro è ufficialmente concluso. Forza Belgio!

 
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