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Scritto da liberidiscegliere
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Giovedì 09 Luglio 2009 15:19 |
Silvio, copiaci: ridurremo le tasse al 20%Con un'aliquota unica del 26%, l'ex premier Laar ha fatto crescere l'economia del suo paese del 7% l'anno di Carlo Stagnaro Il due volte primo ministro estone Mart Laar, ex deputato a Bruxelles, oggi parlamentare, ha il candore di dire: “vorrei smettere con la politica, sento nostalgia degli studi”. Eppure, sotto la scorza della sua modestia, vibra la consapevolezza d’aver cambiato la storia: “se mai verrò citato sui libri, vorrei essere ricordato come colui che ha reso irreversibile l’occidentalizzazione dell’Estonia”. E probabilmente sarà così: durante le sue due amministrazioni, la nazione baltica ha conosciuto riforme vigorose che ne hanno stimolato una crescita economica tumultuosa.
Laar ha privatizzato le imprese pubbliche (il 90% dell’economia è oggi in mani private), ha abolito in un colpo solo tutti i dazi doganali, ha falciato le tasse, ha trovato il modo di sedare le tensioni tra i cittadini estoni e quelli di origine russa. Ieri era a Roma per un convegno sul “rischio protezionista”, organizzato dall’Istituto Bruno Leoni.
Onorevole Laar, lei ha fatto piazza pulita del protezionismo nel Suo Paese. Ma le esigenze di un’economia emergente sono diverse da quelle di una nazione come l’Italia. Il nostro made in Italy soffre. La globalizzazione aiuta la contraffazione?
Cosa crede, anche noi abbiamo dovuto affrontare questa minaccia. E l’abbiamo fatto senza ricorrere ai dazi doganali perché, semplicemente, la contraffazione non ha nulla a che fare col libero scambio. La sfida è quella di prendere i petto i produttori di prodotti contraffatti, e l’unico modo di farlo con efficacia è strozzarne la distribuzione. Il vero sbocco delle merci contraffatte sono i supermercati; noi abbiamo collaborato con le imprese vittime della contraffazione per individuare gli snodi cruciali e far capire ai loro gestori che le regole vanno rispettate. L’abbiamo avuta vinta. Le dirò di più: è il protezionismo, non la globalizzazione, che favorisce la contraffazione.
Scusi?
Il protezionismo aiuta la contraffazione. Facendo crescere il prezzo dei prodotti, rende più ghiotto il business dei falsi. Non solo: se l’apparato burocratico deve vigilare sul rispetto di migliaia di dazi, non può prendere di petto il fenomeno della contraffazione. Perché ha abolito i dazi?
Perché sapevo che il libero scambio avrebbe aiutato la crescita economica del mio Paese. E così è andata, nonostante l’opposizione che ho trovato sulla mia strada. Pensi che, nel 1994, incontrai un funzionario dell’Unione Europea, che mi mise in guardia: se rinunciate a misure protezionistiche, la vostra fragile economia verrà spazzata via dalla concorrenza, dal capitalismo selvaggio.
E allora?
Bé, gli dissi che noi avevamo già fatto piazza pulita dei dazi, e la nostra “fragile” economia stava crescendo del 7% l’anno...
Tutto merito del libero scambio internazionale?
No, non solo. Da presidente, ho anche privatizzato le industrie che prima erano pubbliche. E le ho privatizzate cedendole sia a imprenditori estoni, sia a imprenditori provenienti dall’estero. L’ingresso di capitali stranieri non mi fa paura: mi fa più paura il protezionismo, che tutela le imprese inefficienti.
Come fa l’Estonia ad attirare capitali stranieri?
E’ facile. Non abbiamo barriere al commercio, abbiamo una legislazione sul lavoro che impone pochissimi vincoli, però chiari, disponiamo di istituzioni basate sulla rule of law, e abbiamo un fisco leggero. Pensi che, quando sono diventato presidente, l’aliquota marginale sul reddito era attorno al 50%, l’inflazione del 1000%. Il mio governo ha cambiato le carte in tavola: abbiamo dato al Paese stabilità monetaria e abbiamo imposto una flat rate, un’aliquota unica del 26%. La vuol sapere una cosa divertente?
Dica, dica.
Negli anni successivi abbiamo dovuto ulteriormente ridurre le imposte, a causa della concorrenza fiscale degli altri paesi. Ora si sta discutendo su una riduzione al 20%.
Capito il segreto. In effetti ci state sottraendo imprese e capitali. Come potremmo, noialtri, arginare la delocalizzazione?
Mah, non è che la delocalizzazione sia un fenomeno del tutto negativo. Se riduce i prezzi ai consumatori, è anzi un bene. Comunque, se volete scongiurare la perdita di posti di lavoro, dovreste copiare la ricetta estone: poche tasse, poche leggi, nessun dazio. E robuste iniezioni di libero mercato.
Si spieghi meglio.
Per aiutare lo sviluppo, bisogna sostenere tutte le imprese, lasciare che crescano e diventino sempre più competitive. Il modo migliore per ottenere questo risultato, è creare un ambiente in cui vi sia vera competizione: quando il governo interviene sul mercato con sussidi, tariffe, eccetera, è costretto a fare una scelta, a favorire certe imprese a scapito di altre, seguendo criteri non economici ma politici. Un’altra condizione cruciale è avere un sistema bancario efficiente.
Il sistema bancario estone funziona?
Sì, funziona bene. Anche qui, abbiamo applicato la regola del non intervento pubblico. Se una banca fallisce, fallisce: lo Stato non la tira fuori dal guano, perché per farlo dovrebbe sacrificare risorse sottratte ai contribuenti.
Facile a dirsi. Più difficile farlo.
Lo so benissimo: l’ho fatto. La prima regola che mi sono dato, appena eletto, è stata quella di tenere alla larga gli ex comunisti. La seconda, andare dritto per la mia strada.
E i sindacati, le opposizioni, l’opinione pubblica, tutti zitti e buoni?
Ero certo di fare la cosa giusta, e l’ho fatto, senza guardare quel che dicevano i sondaggi. Quando sono stato eletto la prima volta, nel 1992, ho deciso di non seguire un processo graduale: avrei finito per fallire. Ho voluto seguire il mio programma elettorale, tutto e subito: ho rispettato il mio contratto con gli estoni.
Che però non l’hanno rieletta...
Certo, le riforme che ho introdotto erano talmente radicali che inizialmente hanno spiazzato l’elettorato. Poi però, a distanza di anni, mi hanno votato |
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 23 Luglio 2009 08:25 )
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Scritto da boccalatte
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Martedì 12 Maggio 2009 14:06 |
IBL Focus di Silvio Boccalatte sulla città sussidiaria. Il "caso Partigliano" In una piccola comunità della Lucchesia gli abitanti hanno progressivamente sottratto al settore pubblico una serie di ambiti Molti servizi vengono ritenuti di competenza dello Stato in ragione di qualche loro intrinseca caratteristica. L’ultimo IBL Focus scritto da Silvio Boccalatte – “Case study: la città sussidiaria. Partigliano: quando la realtà precede il diritto (pubblico)” – intende mettere in discussone tale convinzione, assai radicata ma egualmente infondata. Il testo presenta alcuni aspetti di una piccola comunità della Lucchesia, Partigliano (frazione di Borgo a Mozzano), in cui grazie al fiorire di varie realtà associative gli abitanti hanno progressivamente sottratto al settore pubblico una serie di ambiti: dalla pulizia delle strade alla cura del verde pubblico, dalle attività ricreative fino al sostegno di quanti sono costretti ad un ricovero ospedaliero, e via dicendo.
Come rileva Boccalatte, Partigliano è una di quelle “comunità in cui alcuni – per la verità quasi tutti – i servizi principali sono forniti attraverso logiche privatistiche che pongono l’Amministrazione comunale in una situazione del tutto marginale”; e in questo senso può rappresentare un modello interessante, che collega la nostra realtà all’universo (assai più ricco di iniziative) delle città private statunitensi.
A giudizio di Carlo Lottieri, direttore del dipartimento Teoria politica dell’IBL, “grazie allo studio di Boccalatte è facile cogliere come l’espansione illimitata del welfare State non sia una necessità ineludibile, e che in virtù di determinate circostanze e di iniziative coraggiose è possibile introdurre logiche privatistiche in ogni settore, sottraendone il controllo agli apparati politici e burocratici”.
Il Focus “Case study: la città sussidiaria. Partigliano: quando la realtà precede il diritto (pubblico)” è liberamente disponibile qui: (PDF).
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Ultimo aggiornamento ( Giovedì 23 Luglio 2009 07:51 )
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nazionalizzare le banche aggraverebbe la crisi |
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Scritto da liberidiscegliere
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Mercoledì 25 Febbraio 2009 15:53 |
Nazionalizzare le banche aggraverebbe la crisi La crisi sta fatalmente riportando in auge quelle politiche economiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta Il disordine economico causato dalla crisi dei subprime (i mutui ipotecari americani assegnati, sulla spinta di logiche populiste, a chi ora non è in grado di rimborsare le banche) si sta oggi trasferendo al mondo della produzione. La crisi insomma si radicalizza e questo sta fatalmente riportando in auge quelle politiche economiche che avevano caratterizzato gli anni Sessanta e Settanta e che già allora avevano causato tanti danni. Di fronte ad aziende del credito che potrebbero conoscere difficoltà anche molto gravi, si parla con tranquillità di nazionalizzazioni e in America la nuova amministrazione progressista guidata da Barack Obama ha già deciso l’acquisizione da parte del Tesoro di una quota rilevante della City Bank.
È una strada sbagliata: per più di un motivo. Innanzi tutto, un’economia vive di incentivi e disincentivi, premi e punizioni. Con le nazionalizzazioni vengono sottratti alla loro sanzione quanti si sono comportati in maniera sconsiderata, e per giunta vengono puniti quei contribuenti che ovunque metterebbero i loro soldi, meno che in un’azienda in bancarotta. Ma ci sono anche altre ragioni che militano contro il ritorno dello Stato imprenditore.
Crisi e fallimenti sono segnali che vanno compresi. Se in queste settimane le aziende automobilistiche hanno i piazzali stracolmi, la lezione è che nel mondo si producono troppe vetture, che i consumatori non sono così interessati a cambiare auto ogni due anni, e che quindi bisogna orientare altrove capitali e lavoro. Per questa ragione è irragionevole evitare tali ristrutturazioni con “rottamazioni” o sussidi.
La stessa cosa si può però dire (e a maggior ragione) per il settore finanziario, che deve essere ripensato, ma che proprio per questo non va consegnato nelle mani di uomini selezionati dalle segreterie di partito. Per avere un buon sistema bancario bisogna al contrario allentare il controllo – fortissimo – che lo Stato esercita su di esso. Chi voglia rendersene conto provi ad aprire un’attività nel settore del credito e subito si renderà conto di come vi sia una carenza di competizione e libertà d’iniziativa.
In un’economia che funziona, è normale che talune imprese nascano e altre falliscano: e questo deve valere pure per banche e assicurazioni. Ovviamente tutto ciò non esclude che si immagini una tutela per chi rischia di veder svanire i propri risparmi: e al riguardo già adesso vi sono reti di protezione per i titolari dei conti correnti.
I fallimenti sono sempre dolorosi, ma almeno riguardano chi si è cacciato in questa situazione e comunque finiscono per mettere un punto finale ad una vicenda sbagliata. I “salvataggi” di Stato, invece, tengono artificiosamente e demagogicamente in vita una serie di realtà produttive che distruggono ricchezza. Per la classe politica non è semplice ritrarsi dinanzi alla soluzione più facile, che fa sempre ricorso al denaro di Pantalone. Ma il ritorno delle nazionalizzazioni metterebbe seriamente in pericolo il futuro delle giovani generazioni.
Da Il Tempo, 25 febbraio 2009
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Scritto da Carlo Lottieri
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Martedì 10 Febbraio 2009 11:28 |
Governi protezionisti con le banche, liberisti con gli operai Lo sciovinismo economico nasce dall'atteggiamento ambiguo e ipocrita di governi e intellettuali Certo fa un po’ sorridere la levata di scudi generale contro i lavoratori britannici. Riuniti a Davos, i maggiori esponenti della politica internazionale hanno espresso unanime contrarietà dinanzi alle agitazioni dei sindacati del Regno Unito, furiosi perché un’azienda siciliana ha vinto un’importante commessa della Total, “sottraendo” lavoro agli operai inglesi.
La sensazione è che si sia di fronte al classico bue che dà del cornuto all’asino. Perché se è vero che la battaglia intrapresa dalle trade union d’oltre Manica è sbagliata, non può essere il laburista Gordon Brown o qualche altro leader occidentale ad esprimere tale giudizio. Da tempo, infatti, Londra fa parte di quell’insieme di Paesi che stanno intervenendo massicciamente “a difesa” dell’economia nazionale: contro ogni elementare logica liberale. Sono infatti le classi politiche politicamente corrette, oggi scandalizzate di fronte al preteso “razzismo” dei lavoratori in sciopero, che hanno aperto la strada a tutto ciò. Per quale ragione, ad esempio, il governo belga nei mesi scorsi ha salvato una propria banca in difficoltà? Ma se si sposa lo sciovinismo economico non lo si può fare a corrente alternata: aiutando le imprese di grandi dimensioni la cui sede sta a Madrid e Parigi, e non con quella working class che parla cockney e che oggi protesta con veemenza di fronte all’arrivo di quanti che le appaiono come i discendenti dei Normanni che già una volta li hanno invasi.
Brown vorrebbe ora impartire lezioni ai propri lavoratori e pretenderebbe di insegnare il libero mercato a quei disoccupati (o timorosi di diventarlo) che sfilano in corteo. Mostrò però una diversa prontezza quando si trattava di salvare i centri finanziari della City: dalla Northern Bank in giù. E l’inquilino di Downing Street non è certo il solo ad avere abbracciato le logiche interventiste. L’attuale presidente degli Stati Uniti, ad esempio, ha condotto una campagna elettorale intrisa di retorica ultra-nazionalistica e schierata contro i prodotti asiatici, i quali sottrarrebbero opportunità alle imprese americane. Quindi ha sostenuto il piano Paulsen (varato da Bush) a sostegno delle banche e, infine, sta predisponendo un colossale intervento per aiutare Detroit e le case automobilistiche Usa. Ma ciò che ha deciso Obama assomiglia a quanto si sta facendo in Europa, dove Angela Merkel ha stanziato oltre 50 miliardi di euro, mentre qualcosa di simile hanno fatto Nicolas Sarkozy in Francia e José Luis Zapatero in Spagna. In questo quadro appare del tutto anomala, per nostra fortuna, la situazione italiana, dato che il ministro Giulio Tremonti – che fa ricorso in continuazione ad una retorica assai avversa al capitalismo – va conducendo una politica economica piuttosto prudente, perfino sparagnina, preoccupata di evitare il dissesto dei conti pubblici.
Nemmeno a Bruxelles non possono comunque mettersi in cattedra, dato che – come negli Stati Uniti – sono schierati a protezione di un sistema agricolo basato su dazi e sussidi che tiene alti i prezzi, frena l’ammodernamento del settore primario, causa gravi danni ai Paesi del Terzo Mondo (impossibilitati a esportare grano o riso). Per giunta nessuno ha scordato in che modo i politici europei nel loro insieme hanno seppellito il decreto Bolkestein, che si proponeva di liberalizzare il mercato del lavoro. Ma se era tanto “sociale” opporsi all’idraulico polacco (come sostenne tutta la gauche caviar parigina), per quale motivo starebbero sbagliando i poveri operai del Lincolnshire? Se si vuole abbracciare l’economia liberale ci vuole un minimo di coerenza. Iniziando, ad esempio, a smetterla di dar fede alle teorie di quanti esaltano le esportazioni sulle importazioni e per questo vorrebbe sempre e solo una bilancia commerciale in attivo. Ma bisogna anche rinunciare alla credenza secondo cui sarebbero sempre i consumi, e mai il risparmio e l’accumulo di capitale, a far crescere l’economia. Educati al keynesismo da tanti discorsi che vanno per la maggiore, gli inglesi temono che i lavoratori siciliani spenderanno da noi quanto guadagneranno nel Regno Unito: e vedono in ciò un danno alla loro economia.
In realtà, il nazionalismo economico (una dottrina che fu formulata per la prima volta nell’età dell’assolutismo) è indifendibile da ogni punto di vista: sia giuridico che economico. Sul piano dei diritti, una società liberale esige che ogni impresa possa rivolgersi a chi vuole: e se a Grimsby la Total ha deciso di puntare su un’azienda italiana, deve poterlo fare. Questa difesa delle ragioni di principio, per giunta, si sposa con ciò che insegna l’analisi economica nel momento in cui rileva (fin dai tempi, quanto meno, di David Ricardo) che l’apertura delle frontiere favorisce una crescita complessiva del sistema produttivo e della qualità della vita. Se entrambi i soggetti di ogni scambio vi prendono parte perché ritengono di migliorare la loro condizione, quando si inibisce o limita la libera contrattazione si finisce per inaridire una delle sorgenti fondamentali della ricchezza. Questo è quanto è successo nei decenni scorsi in Argentina, che ha progressivamente distrutto la propria economia adottando una strategia tutta difensiva.
I sindacalisti inglesi hanno torto, quindi, e sono assolutamente indifendibili. Ma forse dovremmo mettere sul banco degli imputati anche chi, e da anni, dà loro lezioni moralmente ed economicamente tanto discutibili.
Da Il Giornale, 3 febbraio 2009 |
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Scritto da Administrator
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Martedì 20 Gennaio 2009 14:51 |
La Depressione che non diventò grande Così Warren G. Harding salvò gli Usa Quale è stato, fra i presidenti americani, quello che ha più contribuito a combattere la depressione dell’economia? Non certo il tanto osannato Franklin Delano Roosevelt, almeno a giudicare dal fatto che durante tutto il periodo del New Deal (1933-1940) la disoccupazione rimase in media intorno al 17 per cento. L’avvenimento che fece scomparire livelli di disoccupazione tanto alti fu l’arruolamento di 12 milioni di uomini nelle forze armate durante la seconda guerra mondiale. Anzi, in realtà Roosevelt prolungò la disoccupazione: triplicò le tasse e promulgò leggi che fecero lievitare i costi dell’assunzione di nuovi dipendenti, proibirono di praticare sconti sui prezzi e autorizzarono la distruzione delle derrate alimentari al fine di tenerne più alto il prezzo. Inoltre autorizzò costosi progetti infrastrutturali come la Tennessee Valley Administration che si trasformarono in un onere per gli stati che ricevevano l’elettricità sussidiata dalla stessa TVA. Il più grande tra gli avversari della depressione fu in realtà Warren Gamaliel Harding. Nel 1920, quando venne eletto presidente, il senatore dell’Ohio successe a Woodrow Wilson, uno statista immancabilmente coperto di lodi che, però, aveva portato l’America in guerra, favorito la creazione di enormi burocrazie, imprigionato i dissidenti politici e portato il debito federale a 25 miliardi di dollari.
Harding ereditò lo sfacelo creato da Wilson, in particolare quella depressione economica seguita alla Prima Guerra Mondiale che fu quasi altrettanto grave della Grande Contrazione subita dall’economia tra il 1929 e il 1933 ed ereditata da Roosevelt. Le stime del PIL si ridussero del 24 per cento, passando dai 91,5 miliardi di dollari nel 1920 ai 69,6 miliardi nel 1921 e i disoccupati alzarono da 2,1 a 4,9 milioni. Harding capiva il funzionamento dell’economia molto meglio di Roosevelt. Come ha osservato lo storico Robert K. Murray nel suo The Harding Era, Harding «aveva sempre avversato le imposte elevate, gli sprechi nella spesa pubblica e un eccessivo intervento delle autorità nel settore privato. Nel febbraio del 1920, poco dopo avere annunciato la sua candidatura alla presidenza, propugnò la riduzione della spesa pubblica federale e affermò che il governo dovesse “spezzare le catene dell’industria … abbiamo molto più bisogno di libertà che di normative”».
Uno degli slogan elettorali di Harding era “meno Stato negli affari” e la promessa venne mantenuta. Il presidente accolse il consiglio del Segretario del Tesoro Andrew Mellon e il 12 aprile 1921, nel suo primo messaggio al Congresso, Harding chiese che venissero ridotte le imposte. Le aliquote più elevate, sul reddito delle imprese e sui profitti “eccessivi”, avrebbero dovuto essere tagliate. L’imposta sul reddito degli individui sarebbe rimasta immutata, con un’aliquota massima dell’8 per cento sui redditi superiori ai 4.000 dollari. A differenza di Roosevelt, Harding capiva quanto fosse importante favorire gli investimenti, essenziali per la crescita economica e per la creazione di posti di lavoro.
Alcuni influenti senatori, tuttavia, volevano concedere sussidi ai reduci di guerra, come avevano già fatto 38 stati dell’unione. Questo aumento di spesa, però, avrebbe aumentato la pressione per un aumento delle tasse. Il 12 luglio 1921 Harding pronunciò un discorso al Senato in cui esortava l’assemblea a ridurre tasse e spesa. Il presidente osservò che 813.442 reduci avevano già ricevuto indennità e premi di invalidità per un valore di mezzo miliardi di dollari e che 107.824 veterani erano iscritti a corsi di qualificazione professionale sostenuti dalle autorità pubbliche. Nel 1922 la Camera approvò il progetto di legge 333-70 relativo all’assistenza ai reduci, senza specificare in che modo isussidi sarebbero stati finanziati. Il Senato approvò il medesimo progetto con 35 voti a favore e 17 contrari. Nonostante le forti pressioni della American Legion, l’associazione dei veterani, il 19 settembre successivo Harding pose il veto alla legge. Ciò avveniva appena sei settimane prima delle elezioni per il Congresso, in un periodo cioè nel quale di norma gli uomini politici non sono avari di “contentini” per l’elettorato. Harding giustificò la propria decisione affermando che non era giusto aumentare ulteriormente il peso che gravava sui 110 milioni di contribuenti.
Herbert Hoover, il Segretario al Commercio di Harding, era pienamente favorevole all’intervento delle autorità nell’economia (e una decina di anni più tardi, in qualità di presidente degli Stati Uniti, non mancò di attuare numerosi interventi per fronteggiare la Grande Depressione). Harding, tuttavia, non voleva saperne, sostenendo che qualsiasi provvedimento di carattere assistenziale fosse responsabilità delle autorità di governo locale.
La spesa pubblica federale venne ridotta dai 6,3 miliardi di dollari del 1920 ai 5 miliardi del 1921 e ai 3,2 del 1922. Il gettito delle imposte federali calò dai 6,6 miliardi di dollari del 1920 ai 5,5 miliardi del 1921 e ai 4 miliardi del 1922. Le politiche di Harding avviarono una tendenza: il livello minimo delle imposte federali venne raggiunto nel 1924, quello della spesa pubblica l’anno successivo. Il governo federale continuò a ripagare il debito, che era pari a 24,2 miliardi di dollari nel 1920 e che continuò a ridursi fino al 1930.
Durante la presidenza Harding, brillavano per la loro assenza gli attacchi verbali al mondo dell’impresa che avrebbero contraddistinto i discorsi di Roosevelt. Non vi era traccia, peraltro, degli ingenti programmi federali tipici del New Deal, quei programmi che avrebbero aumentato i costi per le imprese, spinto i prezzi al di sopra del livello di mercato e favorito cartelli e monopoli.
Grazie ai tagli alla spesa e alle imposte voluti da Harding e alle sue politiche economiche relativamente non-interventiste, il PIL del Paese riprese a salire, raggiungendo i 74,1 miliardi di dollari nel 1922. In quello stesso anno il numero dei disoccupati si ridusse a 2,8 milioni (equivalenti al 6,7 per cento della forza lavoro). Dunque, dopo appena un anno e mezzo l’elezione di Harding a presidente, gli Anni Ruggenti stavano già filando a tutto vapore. Il tasso di disoccupazione continuò a ridursi, toccato lo straordinario valore dell’1,8 per cento nel 1926. Dopo quella data, il tasso di disoccupazione ha raggiunto valori inferiori solo in tempo di guerra (più esattamente nel 1944).
Gli anni Venti, i cosiddetti Anni Ruggenti, furono un’epoca di prosperità economica senza precedenti. La produttività crebbe e i salari reali aumentarono. Il valore della Borsa si triplicò. Vi fu una rilevante espansione delle classi medie. Fu proprio negli anni Venti che si verificò la Grande Migrazione, in cui circa 7 milioni di afro-americani si trasferirono negli stati del Nord attirati dalle scuole migliori e dalle opportunità di impiego. Le donne ottennero il voto. Milioni di americani acquistarono la loro prima automobile, fino ad allora un lusso da ricchi. Sempre più gente aveva una radio e disponeva così della possibilità di ascoltare a casa propria i migliori spettacoli dell’epoca. I film divennero un divertimento popolare. Le tecniche di refrigerazione degli alimenti resero possibile avere una dieta più variata nel corso dell’intero anno. I medici svilupparono nuove cure per malattie mortali come la difterite e la tubercolosi. Sebbene Harding non possa certo essere considerato un paladino del laissez-faire (non dimentichiamo che era favorevole alle tariffe doganali), è proprio alle politiche a favore della crescita attuate dalla sua Amministrazione che può essere ricondotta direttamente la fenomenale crescita della prosperità (una prosperità, per giunta, sempre più condivisa da tutte le fasce della popolazione) che contraddistinse l’America degli Anni Ruggenti.
Disgraziatamente, lo stupefacente successo di Harding nella lotta alla depressione economica vene messo in ombra da uno scandalo (il cosiddetto scandalo Teapot Dome) che scosse la sua Amministrazione dopo la morte del presidente, avvenuta nell’agosto del 1923. Lo scandalo fu la conseguenza delle politiche di tutela dell’ambiente dell’epoca, in virtù delle quali il governo era proprietario di territori nei quali esistevano riserve petrolifere, come il Teapot Dome in Wyoming e le Elk Hills in California. Fin dagli albori della storia, il coinvolgimento del potere politico nell’economia ha generato corruzione e in questo caso, in effetti, il Segretario dell’Interno Albert Fall aveva accettato “mazzette” in cambio della concessione per l’estrazione di petrolio a favore di compagnie private. Se le riserve fossero state privatizzate, com’era avvenuto per oltre 100 milioni di ettari di terreno di proprietà federale durante il secolo precedente, non vi sarebbe stato alcuno scandalo.
Anziché seguire il modello di Roosevelt, che riuscì a sollevare solo lo spirito degli americani, il presidente eletto Obama dovrebbe prendere in considerazione l’esempio di Warren G. Harding, le cui politiche migliorarono il livello di vita della popolazione e fece uscire il Paese da una depressione prima che questa avesse la possibilità di diventare “grande”.
Jim Powell, Senior Fellow del Cato Institute, è autore, tra l’altro, di FDR’s Folly, Bully Boy e Greatest Emancipations.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull'edizione del 13 gennaio 2009 del W |
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