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Meno tasse, più libertà PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Sabato 08 Novembre 2008 08:15

Meno tasse, più libertà

 

 di Carlo Lottieri

Nella speranza che i tamburi di rivolta che parvero rullare nel lontano 1986 tornino a farsi sentire oggi, e che una volta nella loro storia anche i nostri concittadini sappiano ribellarsi contro il potere e non già per accrescerne la capacità di dominio, contro il fisco e non già per ampliarlo,  riproponiamo [//] ai nostri venticinque lettori (per ricordare l’understatement manzoniano) un articolo che uscì nel giugno 1986 in una minuscola pubblicazione liberale di Brescia, La Nuova Libertà. Di tutta evidenza, la marcia dei trentacinquemila che sfilarono per le vie di Torino chiedendo “meno tasse” era nell’aria, e con essa la speranza che prendesse vita un serio movimento schierato a difesa dei contribuenti e contro il parassitismo statale. Siccome quella speranza non è ancora morta in chi scrive, e poiché l’ottimismo della volontà è nel Dna di quanti sono impegnati a costruire quotidianamente una cultura libertaria, nel riproporre questa paginetta si intende riaffermare l'urgenza di reagire e alzare la voce, organizzarsi e costruire consenso. Come era necessario allora, lo è oggi. Vent’anni dopo. (cl)

 

Sembra che anche in Italia cominci a profilarsi l’ipotesi di una “rivolta dei contribuenti”, un movimento di opinione orientato a ridimensionare la pressione fiscale. Se si considera che, come ha affermato Robert Nozick, “la tassazione dei guadagni da lavoro è una specie di lavoro forzato” ed un uomo libero può subirla solo in cambio di qualcosa di veramente importante, ciò significa che in Italia – dove lo Stato sottrae il 60% del reddito nazionale – oltre la metà del nostro tempo, della nostra fatica e della nostra libertà vengono illegittimamente sottratti dall’autorità pubblica. Non c’è dubbio, infatti, che il cittadino italiano riceve dallo Stato nient’altro che “paccottiglia, al netto delle tangenti trattenute da privilegiati politici, burocrati, parassiti vari, dissipatori di ogni risma. C’è qualcuno che sia soddisfatto dei nostri servizi pubblici, senza essere tra coloro che li forniscono?” (come ha dichiarato recentemente Sergio Ricossa).

Date tali premesse non è affatto strano che la gente inizi a maltollerare l’esproprio continuo a cui è sottoposta tramite imposte dirette e indirette, palesi ed occulte, e che gruppi di cittadini si mobilitino e raccolgano firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore di una riforma fiscale di tipo reaganiano. Ed inviti ad un’evasione “palese” e di massa vengono anche da talune associazioni di liberi professionisti, medici, dirigenti di azienda, ecc.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:09 )
 
L'Ideologia della Libertà PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Sabato 08 Novembre 2008 08:10

 L'Ideologia della Libertà

 

Il Libertarismo è una filosofia politica che ha alla base i diritti individuali naturali ed imprescrittibili alla vita, alla libertà ed alla proprietà. Assioma fondamentale del Libertarismo è infatti che nessuno può aggredire la persona o la proprietà altrui. I Libertari sono ben coscienti che in tutta la Storia è lo Stato che si è rivelato il più pericoloso aggressore dei diritti naturali degli uomini. Infatti mentre tutti i soggetti privati si procurano le proprie entrate attraverso transazioni volontarie, come donazioni oppure acquisti volontari di servizi da esse offerti sul mercato, lo Stato è l'unico soggetto che si procura le proprie entrate tramite l'estorsione, chiamata tassazione. Mentre tutti i soggetti privati si procurano la manodopera sul mercato pagandola a prezzi di mercato, lo Stato è l'unico soggetto che opera la riduzione in schiavitù, chiamata coscrizione. Mentre tutti i soggetti privati cercano il consenso degli utenti proponendo servizi migliori o a prezzi inferiori rispetto alla concorrenza, lo Stato è l'unico soggetto che ha il potere di dichiarare fuorilegge chiunque si metta in concorrenza con lui. Un altro elemento essenziale è che laddove opera il mercato decidi sempre il singolo: se il 51% (ma anche il 99%) della popolazione decide di fare una certa scelta la decisione riguarda solo loro e chi dissente non devi subire i costi e le conseguenze della scelta della maggioranza. Ma dove c'è lo Stato se il 51% della popolazione decide di fare una certa scelta anche chi dissente è obbligato a subirne i costi e le conseguenze. Nel mercato il singolo contribuiscieal 100% della scelta in quello che lo riguarda, nello Stato solo a 1 diviso 55.000.000 della scelta. Per di più nel mercato il cittadino vota tutti i giorni, mentre nello Stato vota solo quando glielo consentono i polici.. Su queste basi i Libertari ritengono, pertanto, che l'unico sistema politico compatibile con la libertà umana è il libero mercato, cioè quel luogo in cui la libera e volontaria cooperazione tra gli individui rimpiazza la coercizione arbitraria dello Stato. Il Libertarismo è un'ideologica che si è sviluppata prettamente negli Stati Uniti e che solo negli ultimi anni ha cominciato a diffondersi in Italia. Esso trova le sue radici nel liberalismo radicale di John Locke e nella sua teoria dei diritti naturali. Le idee liberali e libertarie trovarono terreno fertile tra i coloni americane e furono alla base della rivoluzione americana, della Dichiarazione di Indipendenza e della Costituzione degli Stati Uniti. In America il liberalismo classico viene a saldarsi con la tradizione anarchico-individualista Se per Thomas Jefferson "il governo migliore è quello che governa meno", per Thoreau (autore di Disobbedienza Civile) è quello "che non governa per niente". Se per Paine lo Stato è un male purtroppo necessario, per Lysander Spooner ("No Treason - la Costituzione senza autorità") è un organizzazione criminale dedita all'aggressiona ed alla rapina rapina. In questo secolo di notevole importanza è il libro di Albert J. Nock "Il nostro Nemico, lo Stato" del 1935. Tuttavia è a partire dagli anni '60 che il moderno Libertarismo comincia a raggiungere una formulazione compiuta. La filosofa e romanziera russa Ayn Rand, fondatrice dell'Oggettivismo, pubblica alcuni dei suoi libri più significativi ("The Virtue of Selfishness" e "Capitalism, the Unknow Ideal", divenendo un punto di riferimento fondamentale per l'ala miniarchica del Libertarismo, cioè favorevole ad uno Stato costituzionale minimo. Miniarchico è anche Robert Nozick, il cui libro "Anarchia, Stato, Utopia" del 1973 ha notevole successo nel mondo accademico. L'ala anarcocapitalista trova i suoi maggiori interpreti in Murray N. Rothbard (per quanto riguarda la corrente giusnaturalista) ed in David Friedman (il principale esponente della corrente utilitarista). I libri fondamentali di Rothbard sono "Power and Market", "Per una nuova Libertà" e "L'Etica della Libertà". A David Friedman si deve invece "L'ingranaggio della Libertà". Come scrive Raimondo Cubeddu in "L'Atlante del liberalismo" la critica anarcocapitalista dello Stato "non ha niente da invidiare per radicalità a quella dell'anarchismo socialista: si potrebbe dire, anzi, che la supera, infrangendo anche quella mitologia collettivistica sulla quale quest'ultimo si è arroccato e che costituisce la ragione della sua perdita di fascino".

Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:09 )
 
Liberali, e quindi anarchici PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Mercoledì 07 Luglio 2004 09:54

 Liberali, e quindi anarchici

 In quest'epoca di crisi degli Stati, non sono soltanto l'unità italiana o quella britannica ad essere messe in discussione. In qualche circolo culturale, e soprattutto grazie ad alcuni intellettuali controcorrente, la stessa idea dello Stato comincia ad essere contestata. Sotto certi aspetti pare di tornare indietro di quasi un secolo.[//] Allora il panorama intellettuale presentava le utopie anarchiche di un Francesco Saverio Merlino o di un Camillo Berneri, oltre alle agitazioni libertarie di quei sindacalisti rivoluzionari che Filippo Turati accusa appunto di essere più anarchici che socialisti. Negli stessi anni, soprattutto, fiorivano studi e ricerche fortemente influenzati dall'ultra-liberalismo del Giornale degli Economisti e di quegli studiosi (da Gustave de Molinari a Yves Guyot, da Vilfredo Pareto a Maffeo Pantaleoni) che Léon Walras definì efficacemente con l'espressione "anarchici della cattedra". Tanto liberali e tanto coerenti da immaginare, in qualche caso, una società interamente basata sulla proprietà privata e sul contratto. Se il vecchio anarchismo europeo di matrice socialista è oggi ormai in disarmo e ha perso ogni attrattiva, è soprattutto sul versante liberale che l'anti-statalismo sta prendendo piede, in particolare tra i giovani. Ma si tratta di un liberalismo del tutto estraneo ai complessi d'inferiorità da cui erano affetti i liberali post-crociani e i cultori italiani di Ralf Dahrendorf, gli economisti keynesiani e i politologi abituati a considerare la democrazia parlamentare un orizzonte insuperabile: tutti intellettuali in diverso modo attratti dall'azionismo, dal liberalsocialismo, da un gobettismo tanto ingenuo quanto maldigerito. Il liberalismo libertario non vuole avere nulla a che fare con la tradizione italiana e, più in generale, con il giacobinismo, il nazionalismo e il laicismo che hanno segnato la cultura politica dell'Europa continentale. Al punto che l'unico liberale del Novecento che sta veramente a cuore a questi estremisti del liberalismo è Bruno Leoni: un intellettuale sicuramente geniale e molto apprezzato negli Stati Uniti, che ha scritto in lingua inglese il proprio lavoro più importante (La libertà e la legge, del 1961) e ha dovuto attendere più di trent'anni prima di vedere quest'opera tradotta in italiano. Il merito di questa iniziativa è di un piccola casa editrice di Macerata, la Liberilibri, e del professor Raimondo Cubeddu, studioso della scuola austriaca ed anche autore di un Atlante del liberalismo (edito da Ideazione) che al libertarismo dedica molte e illuminanti pagine. A parte Leoni, però, sono ben pochi gli autori italiani in cui i libertari si riconoscono: lo stesso Luigi Einaudi, d'altra parte, appare troppo timido e moderato a questi innamorati della libertà individuale e della concorrenza di mercato. I pensatori di riferimento, allora, sono prevalentemente americani. E questo non è certo casuale, se si considera che soltanto negli Stati Uniti è veramente sopravvissuta quella tradizione giuridico-politica che ha origine in John Locke e che è basata sulla tesi che gli individui possiedono diritti naturali inviolabili. Per un americano, è normale pensare che le istituzioni politiche debbano servire unicamente alla tutela dei diritti della persona e, in particolare, alla salvaguardia della vita, dell'incolumità e della proprietà. Alle orecchie di un californiano o di un cittadino del Vermont non suona certo strana né estremistica quella frase del presidente Jefferson secondo cui il miglior governo è quello che governa meno, né quell'altra di Thoreau, che aggiunse che il governo ideale è dunque quello che non governa per nulla. Oltre Oceano queste idee hanno sempre avuto buona accoglienza e hanno sempre suscitato interesse. Perfino negli anni del dirigismo roosveltiano, così, i luoghi comuni dell'ugualitarismo di Stato sono stati messi a dura prova da un intellettuale coraggioso come Albert Jay Nock, mentre è proprio durante il dopoguerra welfarista che sono state poste le premesse per quella rivolta culturale libertaria che ha avuto in Murray N. Rothbard il suo protagonista più significativo. Ed è proprio nel nome di Rothbard che oggi, anche da noi, il liberalismo torna a scoprire quanto lo Stato sia illegittimo e quanto l'ordine che emerge spontaneamente in una società libera, priva di monopoli legali e di minoranze impadronitesi del potere, sia superiore ad ogni sistema pianificato. Per Rothbard, insomma, lo Stato è una semplice banda di ladri e di prepotenti che pretende di disporre della nostra vita e delle nostre risorse, impedendoci di costituire imprese e stipulare contratti. Grazie alle iniziative editoriali di Aldo Canovari, responsabile della Liberilibri, questa letteratura liberale comincia ad essere conosciuta. Oltre a Leoni e a Rothbard (L'etica della libertà, del 1982, e Per la nuova libertà, del 1973), Canovari ha pubblicato Nock (Il nostro nemico, lo Stato), Bastiat (Contro lo statalismo), David Friedman (L'ingranaggio della libertà), Block (Difendere l'indifendibile), Jouvenel (L'etica della redistribuzione), Trenchard e Gordon (Cato's Letters), Novak (Verso una teologia dell'impresa), ecc. E sono in cantiere testi di Ayn Rand, di Lysander Spooner e di altri autori fondamentali della tradizione libertaria. Questa esplosione di traduzioni è accompagnata dal lavoro di alcuni nostri studiosi, che stanno in vario modo divulgando e rielaborando le teorie del liberalismo classico e - in alcuni casi - dello stesso anarco-capitalismo rothbardiano. Oltre al già ricordato Cubeddu, vanno ricordati quegli studiosi della Luiss di Roma che (per merito, in particolare, di Dario Antiseri, di Lorenzo Infantino e dell'editore Rubbettino di Soveria Mannelli) stanno portando all'attenzione del mondo intellettuale nostrano le ragioni della prasseologia di Ludwig von Mises (maestro di Rothbard), del fallibilismo di Karl Popper e dell'individualismo metodologico di Raymond Boudon. Dopo decenni di calma piatta e, insomma, dopo il gran proliferare di una cultura variamente neo-marxista, strutturalista e progressista, la scena intellettuale comincia ad animarsi. Articoli e saggi di intonazione libertaria sono facilmente riconoscibili anche su alcune importanti riviste di cultura politica: da Biblioteca della Libertà (diretta da Angelo M. Petroni) a Federalismo & Società (diretta da Mauro Marabini), a Ideazione (diretta da Domenico Mennitti). Ed è su queste pagine che alcuni giovani ricercatori dichiaratamente avversi allo Stato moderno propongono critiche sempre più aperte nei riguardi della fiscalità (considerata una rapina bella e buona), della solidarietà pubblica (usata per legittimare lo strapotere dei politici e dei burocrati), della regolamentazione (giudicata un'aggressione alla libertà contrattuale), dell'ecologia di Stato (colpevole di ostacolare un'oculata gestione dei beni ambientali), ecc. Queste discussioni teoriche, certamente, conoscono pure qualche ricaduta politica, nel senso più ristretto del termine. Il cielo della teoria e il terreno della pratica militante, insomma, finiscono in più di un'occasione per venire a contatto. Una delle prime occasioni di dibattito tra anarchici "tradizionali" e anarco-liberali si ebbe quando su "A - rivista anarchica" apparve una lunga lettera di un giovane libertario bolognese, Guglielmo Piombini, che sul numero di maggio del 1995 argomentò a difesa del mercato e della proprietà privata, giudicati strumenti fondamentali per salvaguardare l'autonomia della società civile e porre solidi argini di fronte alla prepotenza degli apparati di Stato. Fece seguito una risposta di Pietro Adamo e, nei numeri successivi, il dibattito si ampliò, contribuendo a fare venire alla luce molte idee e tradizioni culturali che fino a quel momento non avevano avuto alcuna cittadinanza all'interno della nostra cultura.
Carlo Lottieri

Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:10 )
 
Lo stato che non vogliamo PDF Stampa E-mail
Scritto da liberidiscegliere   
Mercoledì 07 Luglio 2004 09:54

Lo stato che non vogliamo

Liberta'! Quanta retorica e' stata sparsa ai quattro venti a proposito di liberta'. Difficilmente, un capo, un politico, un populista, un demagogo, un democratico, un comunista, un fascista, un marxista, un ipocrita, un prete, un chicchessia non ne ha fatto uso e, molto più spesso, abuso. La storia, ed i suoi mandanti, ha coniato le definizioni piu' incredibili: Marx, afflitto dalle sue turbe mentali, pensava che la liberta' avesse a che fare con l'abolizione della proprieta'; del capitalismo dei ricchi, della contrattazione. Mussolini, patriottico dittatore all' amatriciana, la coniugava, invece, con del sano corporativismo. Guarda caso, pero' - ce lo ricorda il passato - i più virulenti regimi si sono manifestati proprio grazie a quei pensatori che, anziche' farsi gli affari propri, avevano in animo di salvare l' umanita', gli oppressi, i diseredati, piuttosto che i biondi o mulatti. Quasi non bastasse, gran parte dei succitati farabutti hanno sempre fatto leva su una delle menzogne più alla moda: l' utilita' dello Stato. Ebbene, se esiste, ed e' esistito, qualcosa di veramente artificioso ed oppressivo, nella storia delle societa' umane, e' proprio lo Stato, spietata degenerazione del giacobinismo francese e del "contrattualismo sociale" di Rosseau; oppressore tra gli oppressori dei cittadini; manifestazione demoniaca di oligarchie politiche, burocratiche, poliziesche e giudiziarie. "Cos' è lo Stato se non criminalita' organizzata?", Si chiedeva Murray N. Rothbard. "L'evidenza grave - ribadiva inoltre - e' che il cittadino medio, inebetito, e' stato condizionato a tal punto da accettare l' idea che lo Stato e' il suo sovrano legittimo e che sarebbe cattiveria, o pazzia, rifiutarsi di obbedire ai suoi dettami". Come fare a dargli torto? Noi che siamo costretti (salvo trovare la forza e il coraggio di emigrare, affrontando i costi che ne derivano pero') a vivere in un paese chiamato Italia dovremmo non dirnenticarci le follie che, nel nome di chissa' quale ragione di Stato, sono state perpetrate da governanti senza un vero mandato: morti di Stato, furti di Stato, stupri di Stato. Quando mai, in un paese civile, in una comunita' libera, un presidente del consiglio, e la banda di ministri che con lui collaborano, potrebbe permettersi di defraudare soldi da un conto corrente bancario? In Italia e' accaduto e, ahinoi, continua ad accadere che nel nome di un dio chiamato "Tassazione" qualcuno si senta autorizzato a gabellare oltre il sessanta per cento del frutto del nostro lavoro. Quando mai, in un paese cosiddetto civile -ribadiamo il concetto - un magistrato, con l' appoggio morale e materiale di politici nazionalisti (quindi fascisti e comunisti) possa rinviare a giudizio il leader di un partito perche' chiede indipendenza, liberta' di autogovernarsi o piu' rutalmente, se preferite, la secessione? In Italia e' accaduto e continuera' ad accadere se non prendiamo coscienza del fatto che la liberta' (di parola, di scelta, di pensiero, di resistenza, ecc.) e' un bene prezioso e reale, che, al di là di qualsiasi affermazione ritrita, ha connotazioni precise. Liberalismo e liberismo, ovvero difesa della proprieta' privata, dell'autonomia contrattuale, dei diritti individuali. Sono queste le nostre parole d'ordine, quelle di Enclave. Non siamo disposti a concedere delega alcuna ai boiardi di Stato. Siamo sufficientemente responsabili delle nostre azioni, della nostra vita.

Leonardo Facco
Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:10 )
 
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