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Scritto da liberidiscegliere   
Giovedì 27 Novembre 2008 16:19
Liberalizzazioni e meno tasse per uscire dalla crisi
di Carlo Lottieri
Mentre il ministro Giulio Tremonti interveniva all'assemblea delle casse rurali per affermare l'esigenza di non modificare la legge finanziaria durante la discussione parlamentare (evitando ogni "assalto alla diligenza"), una conferma della fragilità del sistema economico nazionale veniva dai dati diffusi dall'Economist Intelligence Unit, per il quale l'Italia si piazza solo al quarantesimo posto della classifica globale della competitività, battuta perfino dalla Tailandia.
A spingere tanto verso il basso l'Italia è la scadente qualità del nostro fisco: troppo gravoso, confuso, centralizzato. Un tale sistema d'imposizione scoraggia le imprese ad investire e proprio per tale motivo è così raro che le grandi multinazionali decidano di venire da noi. Non c'è da stupirsi, insomma, se per quel che riguarda il regime fiscale siamo inchiodati in ultima posizione in Europa.

Oltre al fisco, ovviamente, pesano altri fattori: un'università eccessivamente chiusa in se stessa e nelle sue baronie (lontana, quindi, dalle imprese e dai loro interessi); una burocrazia asfissiante; una legislazione barocca e orientata a regolare ogni minuzia. Nel gioco competitivo tra aree economiche e sistemi giuridici, l'Italia esce insomma molto male e non c'è da stupirsi se molti preferiscono andare altrove.
I dati dell'Economist sono sconfortanti, ma in fondo confermano quanto altri autorevoli centri studi hanno scritto nei mesi scorsi. Basti ricordare che da noi le imprese sono costrette a destinare agli obblighi fiscali ben 360 ore (contro le 105 in Gran Bretagna). Per giunta, nel nostro Paese è ben più alta la quota destinata a sussidi ed agevolazioni settoriali (lo 0,4 per cento del Pil in Italia contro un ben più contenuto 0,2 del Pil in Gran Bretagna).

La situazione può però essere migliorata, come rileva lo stesso Economist. In particolare, viene messo in evidenza come un vero federalismo fiscale - se responsabilizzasse effettivamente i centri di spesa e creasse una virtuosa concorrenza tra regioni e comuni - potrebbe aiutare l'Italia a prendere la strada verso la semplificazione delle regole e la riduzione della pressione fiscale. Dovrebbe trattarsi però di un federalismo autentico, che metta in concorrenza sul serio le giurisdizioni e spinga i ceti politici locali a comportarsi meglio e servire nella maniera più adeguata famiglie e imprese.
Ci sono anche molte altre riforme egualmente urgente che andrebbero messe in cantiere.
?È il caso di ricordare come da vari studi emerga che in molti settori l'Italia resta un Paese estremamente rigido. Dalle poste ai trasporti ferroviari, dai servizi idrici al trasporto aereo (specie dopo l'unificazione di Alitalia e AirOne nella nuova Cai), in troppi campi il nostro Paese è quasi privo di concorrenza e libertà di iniziativa. È quindi indispensabile non solo abbassare le imposte e - anche in questa prospettiva - localizzarle, ma è pure necessarie riprendere con determinazione la strada di quelle liberalizzazioni lasciate a metà dal precedente governo.

Da Il Tempo, 25 novembre 2008
 
federalismo PDF Stampa E-mail
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Scritto da liberidiscegliere   
Lunedì 10 Novembre 2008 16:41
Federalismo: non è nato e già “rompe”
di Carlo Lottieri
Il federalismo italiano non è ancora non è nato, ma pare stia già sulle scatole a molti. Nei giorni scorsi, il primo ad aprire l’offensiva è stato Pierferdinando Casini, che ha denunciato il rischio di un’esplosione della spesa pubblica quale conseguenza della riforma predisposta dal ministro Roberto Calderoli. Ma subito gli ha fatto seguito la Corte dei Conti, che ha segnalato la possibilità di uscite fuori controllo e il moltiplicarsi di nuovi apparati pubblici e crescenti trasferimenti perequativi.
Queste prese di posizione rispondono in larga misura ad esigenze di ordine politico. Poiché è ben noto a tutti che la Lega ha bisogno di “incassare” una riforma in senso federale, e poiché è evidente che l’asse attuale tra Berlusconi e Bossi sembra chiudere ogni spazio ad altre ipotesi di alleanza, Casini enfatizza rischi reali, ma solo per sue ragioni di bottega. Gli stessi rilievi della magistratura contabile non sono del tutto infondati, ma prendono di mira un’ipotesi ancora tutta da definire nei dettagli.

Non c’è dubbio che dalla bozza Calderoli può uscire un’Italia ad alta irresponsabilità di spesa e con trasferimenti accresciuti da Nord a Sud, ma questo non è certo l’unico esito possibile. Né è quello più in linea, ovviamente, con una serie ispirazione federalista.
A ben guardare, sono proprio la crisi finanziaria globale e le sue ricadute sui conti pubblici che devono spingerci ad adottare al più presto una riforma fiscale in senso federale. Uno dei motivi di dissesto della nostra finanza pubblica, infatti, è proprio lo sganciamento tra il momento in cui si paga e quello in cui si riceve un servizio. Poiché ogni servizio locale è finanziato dalla cittadinanza italiana nel suo complesso, ma i benefici sono a vantaggio di una piccola porzione (gli abitanti di un comune o di una regione), vi è una naturale tendenza a moltiplicare interventi e iniziative. Un vero federalismo obbligherebbe invece l’amministrazione di Voghera a chiedere le risorse di cui ha bisogno ai propri cittadini (casalinga inclusa), e questo rappresenterebbe un freno formidabile di fronte a ipotesi di spese superflue o del tutto inutili.

Oltre a ciò, un sistema federale avrebbe il merito di mettere in competizione i vari governi locali. Imprese, capitali e famiglie sarebbero naturalmente attratti dalle realtà in cui le imposte sono inferiori e i servizi migliori, e questo innescherebbe processi “virtuosi”. La chiave del successo della Svizzera è tutta lì: basta copiare.
Fanno bene quanti evocano il rischio di un falso federalismo che si limiti a permettere spese sempre più facili e che moltiplichi apparati, competenze e poteri senza intaccare il centro. Ma la loro predica risulta convincente solo se intende favorire l’avvento di autentiche riforme, che scardinino la spesa pubblica largamente irresponsabile che ha dato un contributo tanto alto al dissesto attuale.

Le bordate a cui oggi è sottoposto chi cerca di introdurre qualche elemento federale in un’Italia altamente centralizzata e anche per questo fortemente dirigista vanno allora sfruttate per premere l’acceleratore su una riforma davvero federale. Ad essere contestato e certamente contestabile è il federalismo “dimezzato” che Calderoli è stato in qualche misura costretto a partorire al termine di estenuanti negoziazioni con gli esponenti politici del Sud, le associazioni dei comuni e delle regioni, i leader dell’opposizione. Di fronte a questo fuoco incrociato non resta che la strada di una riforma coraggiosa, che riduca al minimo i trasferimenti perequativi e affidi ad ogni ente locale (comune o regione) la libertà di decidere le proprie imposte, scegliendo modalità e aliquote.

C’è del vero nelle tesi di Casini, ma per uscire da quelle difficoltà sarebbe un errore capitale non fare nulla e sposare lo status quo. Proprio perché la situazione è dura e il futuro rischia di essere ancora peggio è oggi indispensabile avere il coraggio di scelte in qualche modo “rivoluzionarie”: tanto necessarie al Nord, ma ancor più indispensabili al Sud (dove perfino più forte è il dominio dei ceti politici locali).
Gli argomenti usati contro il federalismo non sono sciocchi né inutili, ma a ben guardare servono proprio a rendere ancor più consapevoli della necessità di una riforma in tal senso.

Da L’Opinione, 19 novembre 2008
Pubblicato il 20/11/2008
Ultimo aggiornamento ( Martedì 25 Novembre 2008 10:24 )
 
Competitività PDF Stampa E-mail
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Scritto da liberidiscegliere   
Sabato 08 Novembre 2008 08:26

Competitività

 Caro amico,

  Venerdì 3 giugno viaggiando per lavoro mi è capitato di sentire su Radio Parlamento il discorso del presidente degli industriali Montezemolo. Sono stato piacevolmente sorpreso nel sentire per la prima volta parole coraggiose di denuncia della situazione attuale delle imprese e dell’immobilità della politica. [//] Il confronto delle ore di lavoro annuali del dipendente italiano con gli altri Stati della Comunità europea e degli Stati Uniti, sono inferiori del 10% per l’Europa e del 20% per gli Stati Uniti, dalla fiscalità ossessiva e dai lacci e laccioli che pesano come macigni sulle imprese. Più che un discorso economico è stato l’espressione del grido di dolore che si leva dalle imprese industriali italiane. Le grandi imprese produttive stanno scomparendo e i capitali si spostano su imprese di servizi o in odore di monopolio, energia, autostrade e banche. Ben difese dalle loro lobby, permettono ancora lauti guadagni al riparo dalla concorrenza.
Non so se per rispetto dell’istituzione che rappresenta, il presidente omette di fare denuncie ben più gravi, non ha parlato dei mille laccioli che come piccoli fili resistentissimi avvolgono le imprese, con enormi costi aggiuntivi anche nei confronti della stessa concorrenza d’imprese europee; ha appena accennato alla lobby bancaria ben orchestrata dalla banca d’Italia che rende il costo dei servizi bancari altissimo, non ha parlato di leggi sul lavoro che penalizzano pesantemente le imprese, le più restrittive in tutto il mondo, tanto da far dire ad un industriale tra quelli ritenuti dalla sinistra socialmente più illuminati, che chi assume oggi un lavoratore dipendente a tempo indeterminato compie un atto di coraggio.
In definitiva nessun politico e ben pochi industriali si rendono conto che ci troviamo in un periodo di cambiamenti epocali della società paragonabile ad una nuova era industriale. Potenze commerciali e industriali enormi si stanno affacciando (per ora) timidamente sul mercato e già creano alle società meno preparate come quella Italiana enormi sconquassi, e a nulla serviranno dazi o contingentamenti; fra un decennio le potenze industriali di Cina, India, Pakhistan, Bangladesh esploderanno come bombe atomiche sul tessuto industriale della vecchia Europa, e vecchia perché non avrà saputo rigenerarsi industrialmente ma soprattutto se non avrà cambiato il modo di vedere la società, cercando di cullarsi in un’ipotetica socialità collettiva che già oggi emette scricchiolii spaventosi.
E' urgente liberare la società italiana dalle mille regole e leggine, dalle asfissianti corporazioni, dai monopoli di fatto, una sola legge: chiunque può produrre vendere o comperare qualsiasi cosa: energia, danaro, telefonia, strade, ferrovie. Via monopoli e limitazioni, l’unico limite non infrangere la libertà degli altri. Basta tasse, il cittadino comperi i servizi liberamente offerti sul mercato da chiunque, basta ai sindacati statalizzati, i sindacati facciano gli interessi dei loro iscritti e solo di quelli, la legge “erga omnes” e solo una stortura presente nel mercato italiano, ogni lavoratore diventi imprenditore di se stesso, se un imprenditore vuole assumere, faccia al lavoratore un contratto di sei mesi, un anno, due o tre o a vita, ma solo per libera contrattazione tra le parti, milioni di lavoratori extra comunitari clandestini e non, invadano l’Italia, vuol affermare che c’è mancanza di manodopera, il lavoratore dovrà poter dire al datore di lavoro, sei tu che ai bisogno di me perché io nel mio campo sono uno specialista ed il mio lavoro ti fa guadagnare. Anche chi lava i pavimenti deve essere uno specialista, i pavimenti si possono lavare perfettamente od in modo sommario come spesso accade, la professionalità deve partire dal basso, basta con finti ricercatori universitari, che in sostanza fanno sola presenza per un minimo stipendio, sì invece a progetti finalizzati con premio di royalty a chi fa brevettare qualcosa, i concorsi universitari attuali sono solo delle comiche, si sa già chi vincerà prima ancora di farlo.
Bisogna abituare il cittadino alla competizione, i tempi del posto fisso in banca, nello stato o nella grande azienda e finito, decine imprese falliscono anche per leggi iper garantiste a favore del lavoratore. Lo stato licenzi il 50% dei suoi dipendenti, con l’informatizzazione sono già troppi, la ridicola trattativa degli ultimi aumenti e forse il primo atto di una tragedia che l’Italia si avvia a recitare. Ma il nodo più importante, via l’esercito dei politici: poche persone preparate gestiscano il paese come amministratori di condomini, forti solo del potere che ogni comunità darà loro votando liberamente caso per caso. Un grande sociologo tedesco afferma che per salvare l’Europa bisognerà elvetizzarla.
Caro amico, per trattare in modo approfondito questi argomenti, ci vorrebbero intere enciclopedie ma forse il concetto si può sintetizzare in poche parole: privatizzare, privatizzare e liberalizzare tutto, senza nessun limite.

Cordialmente
Giuseppe Quarto
Club L’imprenditore
Via Voltolina Meio, 30 Brescia
Tel. 030 347099 fax. 030 3543696
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Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:08 )
 
Lettera da imprenditore a imprenditore PDF Stampa E-mail
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Scritto da liberidiscegliere   
Sabato 08 Novembre 2008 08:25

Lettera da imprenditore a imprenditore

 Caro collega,
sono un piccolo imprenditore e ti invio questo sfogo che mi viene dal cuore. Sono stufo di essere trattato come un nemico delle società, invece della colonna portante della stessa. Prenda a cuore anche lei il problema. [//]
Se si trova d’accordo con quello che le scrivo, inoltri la presente ai suoi amici e conoscenti: è importante che tutti conoscano il problema.
Sto lavorando affinché tutte le associazioni di categoria insieme  e senza gelosie, organizzino un convegno per parlare di questi problemi e che da questo convegno   venga un forte comunicato di contrasto al governo, con la precisa indicazione che si rigettano tutte le maggiori imposizioni burocratiche e fiscali.
L’importante è escludere i politici da queste riunioni, non è più tempo di promesse ma di azione.
Giuseppe Quarto
 
A quanto mi risulta, nessun quotidiano ha dato rilievo alla notizia (trasmessa dall’agenzia Ansa) che a fine ottobre 2006 il debito pubblico è aumentato di ben 90,1 miliardi di euro. Credo che questo dato debba farci riflettere, poiché va associato sia al boom delle entrate tributarie (34 miliardi di aumento) sia alla nuova manovra finanziaria (intorno ai 40 miliardi).
Facendo due semplici conti e collegando le maggiori entrate erariali e l’accresciuto deficit è evidente come quest’anno lo Stato ha speso ben 124 miliardi in più che in passato, ma dichiara di non aver soldi quindi si deve ancora aggiungere quella parte della manovra finanziaria – certo preponderante – che si tradurrà non in tagli, ma in aumenti delle imposte, centrali o locali. Sempre che il 2007, a dispetto delle imposte crescenti, non veda anch’esso aumentare ulteriormente il debito pubblico: cosa che è altamente probabile, guardando a ciò che è successo negli ultimi 20 anni.
In pratica i politici stanno saccheggiando le nostre tasche e il nostro futuro.
Caro collega, non conviene con me che a questo ritmo tra sei o sette anni l’Italia sarà pronta a seguire il destino dell’Argentina?
Da queste cifre è evidente che fino ad oggi i nostri governi sono stati incapaci di gestire l’economia e che quindi è urgente correre ai ripari, se non vogliamo che i nostri risparmi e i nostri beni finiscano in polvere. È insomma opportuno che tutte le categorie imprenditoriali, con a capo le loro associazioni e i loro rappresentanti, prendano in mano la situazione e tolgano ai politici il potere di spendere e distruggere la nostra economia.
Non mi permetto di dare soluzioni (anche se qualche idea l’avrei), ma è opportuno che immediatamente si studi a fondo la situazione: non c’è più molto tempo.
Mi appello a tutti quelli che non vogliono più subire in silenzio gli sprechi, la tassazione da rapina, gli innumerevoli soprusi e i divieti inutili che questo Stato quotidianamente c’impone. La politica deve essere al servizio dei cittadini e derivare da questi ultimi la sua legittimazione. Al contrario, oggi siamo troppo spesso sudditi di politicanti, burocrati e lazzaroni che vivono come parassiti sulle spalle dei ceti produttori. Essi si limitano a chiamarci ogni cinque anni alle urne, e ci obbligano a scegliere tra politici davvero troppo simili l’uno all’altro.
Il problema è che mentre i ceti produttivi diminuiscono, le sanguisughe aumentano.
Al fine di giustificare assurdi aumenti delle tasse e dei controlli, in questi giorni si fa un gran parlare di evasione fiscale. Ma l’argomento più importante è come i politici e burocrati spendono i nostri soldi.
L’Italia è ormai afflitta dalla malattia cronica della spesa ed è oppressa da una burocrazia parassitaria che la corrode in ogni sua fibra e che spreme oltre misura i ceti produttivi. Per questo, essa è incapace di fare un passo indietro per dare alla nostra economia una nuova spinta, tale da avvicinarla alle società più progredite dell’Europa.
Mentre da noi si parla da anni di migliorare i servizi e per questo servono nuove tasse; Irlanda, Spagna, Inghilterra e Portogallo hanno diminuito le tasse alle imprese e introdotto regole flessibili che hanno fatto di queste nazioni le nuove “tigri d’Europa”.
Dobbiamo essere consapevoli che se le stesse regole fossero applicate da noi anche la nostra economia conoscerebbe un analogo boom.
Bisogna quindi reagire! E cambiare in fretta: comprendendo che nessuno ci regalerà mai la nostra libertà. Sta a noi conquistarla. Sta a noi alzare la testa di fronte allo Stato e non subire più passivamente arbitrii e sopraffazioni.
Per questo invitiamo quanti ritengono che la libertà d’impresa e di contratto sia un diritto inalienabile della persona a prendere contatto con i colleghi e le associazioni di categorie, agendo al più presto per bloccare una situazione che sta rapidamente incancrenendo.
Bisogna sconfiggere le tesi secondo cui lo Stato deve pensare a tutto. È anzi fondamentale che si comprenda l’esigenza di lasciare gli individui sempre più liberi di contrattare, vendere e produrre: senza vincoli assurdi e costosi.
Chi ha detto che senza i signori dei partiti e senza lo strapotere monopolistico di una classe politico-burocratica non sarebbe possibile vivere in pace, lavorando onestamente, coltivando i propri ideali e perseguendo i propri obiettivi nel rispetto di quelli degli altri?
Voglio invitare i miei colleghi, a non subire più passivamente! L’Italia siamo noi imprenditori e i ceti lavoratori che creano vera ricchezza, e non certo i politici, i burocrati e gli sfaccendati. Da troppe parti è stato coltivato un ottuso odio ideologico verso l’imprenditore e ora questo sentimento è alla base di regole assurde che si vessano in ogni modo.
La nostra colpa maggiore, fino ad ora, è stata quella di essere pazienti. Per questo motivo ora dobbiamo organizzarci e mobilitare le nostre associazioni di categoria, affinché da pecore si sappia diventare leoni, e la si smetta di subire assurde angherie solo per quieto vivere.
Senza un’immediata azione di contrasto da parte nostra non ci può essere un futuro per l’Italia.
Svegliamoci: perdere un’ora di lavoro oggi significherà la tranquillità del domani.
Se sei d’accordo con queste idee, inoltra questa lettera ai tuoi amici, clienti e fornitori. Maggiore sarà la pressione sulle nostre associazioni di categoria, maggiore sarà la loro determinazione nel contrastare ulteriori aumenti di tasse e obblighi burocratici.
 
Cordialmente

Giuseppe Quarto
Club L’imprenditore
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Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:08 )
 
Meno tasse, più libertà PDF Stampa E-mail
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Scritto da liberidiscegliere   
Sabato 08 Novembre 2008 08:15

Meno tasse, più libertà

 

 di Carlo Lottieri

Nella speranza che i tamburi di rivolta che parvero rullare nel lontano 1986 tornino a farsi sentire oggi, e che una volta nella loro storia anche i nostri concittadini sappiano ribellarsi contro il potere e non già per accrescerne la capacità di dominio, contro il fisco e non già per ampliarlo,  riproponiamo [//] ai nostri venticinque lettori (per ricordare l’understatement manzoniano) un articolo che uscì nel giugno 1986 in una minuscola pubblicazione liberale di Brescia, La Nuova Libertà. Di tutta evidenza, la marcia dei trentacinquemila che sfilarono per le vie di Torino chiedendo “meno tasse” era nell’aria, e con essa la speranza che prendesse vita un serio movimento schierato a difesa dei contribuenti e contro il parassitismo statale. Siccome quella speranza non è ancora morta in chi scrive, e poiché l’ottimismo della volontà è nel Dna di quanti sono impegnati a costruire quotidianamente una cultura libertaria, nel riproporre questa paginetta si intende riaffermare l'urgenza di reagire e alzare la voce, organizzarsi e costruire consenso. Come era necessario allora, lo è oggi. Vent’anni dopo. (cl)

 

Sembra che anche in Italia cominci a profilarsi l’ipotesi di una “rivolta dei contribuenti”, un movimento di opinione orientato a ridimensionare la pressione fiscale. Se si considera che, come ha affermato Robert Nozick, “la tassazione dei guadagni da lavoro è una specie di lavoro forzato” ed un uomo libero può subirla solo in cambio di qualcosa di veramente importante, ciò significa che in Italia – dove lo Stato sottrae il 60% del reddito nazionale – oltre la metà del nostro tempo, della nostra fatica e della nostra libertà vengono illegittimamente sottratti dall’autorità pubblica. Non c’è dubbio, infatti, che il cittadino italiano riceve dallo Stato nient’altro che “paccottiglia, al netto delle tangenti trattenute da privilegiati politici, burocrati, parassiti vari, dissipatori di ogni risma. C’è qualcuno che sia soddisfatto dei nostri servizi pubblici, senza essere tra coloro che li forniscono?” (come ha dichiarato recentemente Sergio Ricossa).

Date tali premesse non è affatto strano che la gente inizi a maltollerare l’esproprio continuo a cui è sottoposta tramite imposte dirette e indirette, palesi ed occulte, e che gruppi di cittadini si mobilitino e raccolgano firme per una proposta di legge di iniziativa popolare a favore di una riforma fiscale di tipo reaganiano. Ed inviti ad un’evasione “palese” e di massa vengono anche da talune associazioni di liberi professionisti, medici, dirigenti di azienda, ecc.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 11 Novembre 2008 16:09 )
 
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