Europa
unificata o Europa plurale?
di Carlo Lottieri
[Questo articolo è uscito su La Provincia di Lecco con il titolo
"Un'Europa centralizzata è il vero rischio", p.1, 4 giugno 2003]
La querelle
di questi giorni che vede opporsi Romano Prodi e Valéry Giscard
d'Estaing ha radici lontane. Ad essere in gioco, infatti, sono
le prospettive stesse della vita associata all'interno dell'Unione.
Non c'è dubbio che l'Europa esista e abbia una identità ben specifica,
ma la natura del Vecchio Continente è figlia della sua storia,
che è stata segnata da uno straordinario pluralismo istituzionale
e da forti autonomie politiche, traendo enormi benefici da tutto
ciò.
Se per secoli l'Europa ha avuto successo, insomma, ciò è avvenuto
grazie all'assenza di quel potere forte centrale che, invece,
ha caratterizzato la Cina imperiale e le ha impedito di crescere
economicamente e tecnologicamente.
Quanto si è detto può sembrare di poco conto, ma in realtà le
discussioni odierne sulle istituzioni europee oppongono quanti
(gli inglesi, in primo luogo) intendono restare fedeli ad un'Europa
plurale e ricca di differenziazioni interne, e quanti invece (i
tedeschi tra i primi) vorrebbero attribuire sempre maggiori poteri
a Bruxelles e sognano che l'Europa divenga un solo Stato: sul
modello degli Stati Uniti del ventesimo secolo.
Ma proprio la vicenda americana dovrebbe indurre tutti noi ad
assumere qualche cautela in merito. Nel 1787, a Filadelfia, l'unificazione
delle tredici colonie fu il risultato di un compromesso tra i
'liberali' contrari al nuovo potere centrale (l'ala jeffersoniana)
ed i 'nazionalisti' (guidati da Alexander Hamilton): un accordo
ambiguo e variamente interpretato per decenni, fino a quando le
armate di Abraham Lincoln non imposero la loro lettura del testo
costituzionale e costruirono uno Stato centralizzato, al termine
di una guerra che vide morire ben 600 mila persone.
Anche l'Europa rischia tutto questo?
È presto per dirlo, e d'altra parte nessun americano, a Filadelfia,
avrebbe potuto prevedere che quell'unificazione sarebbe stata
all'origine di tanti lutti. Quella americana, però, è una lezione
che non va ignorata. Al di là delle formule tecnico-costituzionali
e degli arzigogoli giuridici, in effetti, anche oggi la posta
in gioco è (ovviamente) il potere, che taluni vogliono mantenere
nelle mani dei governanti nazionali ed altri vorrebbero invece
attribuire alla nuova élite continentale.
La questione dell'unanimità, ad esempio, vede opporsi chi intende
costruire l'Europa unita anche contro il dissenso di alcuni membri
e chi invece punta a rispettare la diversità degli interessi e
delle opinioni. Quando l'Europa fece i suoi primi passi tutto
era più semplice.
Il M.E.C., in particolare, era solo un mercato continentale volto
a favorire una crescente competizione tra le imprese. Quell'Europa
ci ha fatto più ricchi e più liberi, permettendoci di comprare
auto tedesche e di esportare in Francia o Danimarca. Solo in seguito
- a causa dell'Europa politica - sono arrivate le norme sulla
curvatura delle banane, gli stipendi astronomici per gli euroburocrati,
le direttive comunitarie che hanno partorito la famigerata legge
626 ed altre simili amenità.
Ma certo questa Europa di cui tanto ci lamentiamo è impensabile
senza quel progetto che progredisce di continuo sulla base dell'idea
che si debba creare una nuova 'sovranità' europea, sopra degli
Stati stessi e con il potere di uniformare il sistema fiscale,
quello educativo, e così via.
Dopo la moneta comune, infatti, si dovrebbe arrivare ad una legislazione
volta ad eliminare ogni specificità.
Tale progetto europeista è stato a lungo vincente, ma oggi sembra
conoscere qualche battuta di arresto: a causa dell'allargamento
ad Est (che rende davvero folle l'ipotesi di trasformare l'Europa
in un medesimo Stato) ed anche per l'avvicinamento di Italia e
Spagna alle posizioni di Tony Blair.
Di fronte al fatto che, nei preamboli predisposti dalla commissione
Giscard d'Estaing, a tutto si faccia riferimento meno che alle
radici cristiane dell'Europa, il Vaticano ha espresso una ferma
protesta. D'altra parte, c'è davvero da chiedersi cosa vi sia
di liberale nell'idea che i cristiani europei siano a forza inglobati
in istituzioni che rigettano i loro valori e la loro identità.
Ma forse i credenti e tutti gli altri gli europei dovrebbero prestare
un'attenzione maggiore ai temi sopra evocati: comprendendo meglio
i rischi di quella progettata unificazione, tanto estranea alle
migliori tradizioni europee e da cui potrebbero derivare conseguenze
profondamente illiberali.