Home

Prezzo energia

Valutazione attuale: 0 / 5

Stella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattivaStella inattiva
 
Il Sole 24 ore
- di Carlo Stagnaro
Nella prima metà del 2011, un medio consumatore industriale italiano pagava il gas (al netto delle imposte) il 27% in più di un suo omologo britannico, e l'elettricità il 24% in più. Includendo il fisco, il differenziale scende di un paio di punti per il metano, schizza al 43% per la luce. E' possibile chiudere questo gap: come?
Partiamo dall'elettricità. La buona notizia è che la liberalizzazione ha fatto il suo mestiere: negli ultimi dieci anni, l'energia elettrica è l'unico servizio pubblico (assieme alla telefonia) il cui costo sia cresciuto meno del livello medio dei prezzi. Sebbene le condizioni concorrenziali possano ancora migliorare, anche in funzione dello sviluppo della rete, le magagne vanno cercate altrove. Il consumatore italiano, infatti, paga una serie di sovrapprezzi "politici" che appesantiscono la bolletta. Per esempio i sussidi ad alcuni grandi consumatori (quali le ferrovie) e alle fonti rinnovabili (6,5 miliardi di euro nel 2011). Poi ci sono le lungaggini e le incertezze amministrative, che aumentano il costo dei capitali investiti nelle infrastrutture energetiche così come la percezione del "rischio paese".
L'introduzione di un'enorme capacità produttiva intermittente (si pensi ai circa. 12 gigawatt solari attualmente in esercizio) produce dei costi "impliciti" per il bilanciamento della rete: costi che, per ragioni di equità, andrebbero caricati sui produttori verdi, non sul consumatore finale. D'altro canto quest'ultimo beneficia dell'abbassamento del prezzo sulla borsa elettrica reso possibile dalla produzione rinnovabile (peak shaving). Nonché della riduzione dell'inquinamento, ragione ultima delle direttive comunitarie in materia (su cui poggiano gli incentivi).
Ma, aldilà di tutto questo, gli italiani pagano, con la luce, le rigidità del mercato del gas. Il metano è la principale fonte impiegata nella generazione elettrica, di cui rappresenta circa il 51 per cento. Gli inglesi, per restare al confronto iniziale, producono col gas il 44% della loro elettricità. È proprio il differente grado di liberalizzazione a spiegare la distanza tra noi e il Regno Unito. La separazione della rete dall'incumbent Eni, richiesta dal decreto «cresci Italia», può essere una buona notizia, perché può rappresentare il volano di quei benefici che già si sono osservati sul mercato elettrico. Benefici che si possono osservare nel maggior volume di investimenti sulla rete elettrica dono lo scorporo dall'Enel.
Tuttavia, il diavolo sta nei dettagli. Da un lato, occorre capire se e come e in che tempi si declinerà la separazione di rete e stoccaggi dall'Eni. Dall'altro, il decreto è solo un primo passo. Secondo il presidente dell'Autorità per l'energia, Guido Bortoni, in audizione al Senato, il paese deve aggiornare la propria normativa in modo da avere anche formalmente, e non solo sostanzialmente, un regime di «ownership unbundling». Ciò significa, secondo l'Authority, portare vicino a zero la quota che Eni potrebbe conservare in Snam (che, ai sensi del decreto, dovrà invece essere del 20 per cento). Non finisce qui. Vanno riviste alcune condizioni oggettivamente penalizzanti. Per esempio, il gas di stoccaggio è tuttora riservato prioritariamente al mercato civile, e questo privai consumatori industriali e termoelettrici di un'opportunità di accedere alle forniture a condizioni migliori.
La stessa struttura dei prezzi (zavorrata dall'alta fiscalità) è costruita in modo tale da penalizzare proprio i produttori elettrici, che inevitabilmente riversano sul consumatore questo svantaggio.
In questo senso, dunque, lo scorporo della rete può essere una svolta utile, anche se non sufficiente, ad avviare un ciclo di investimenti. Magari potremo allora osservare una convergenza del mercato italiano verso i prezzi europei, con ripercussioni anche sul terreno elettrico.

Da Il Sole 24 ore, 21 febbraio 2012
L'eco di Milano
- di Alex Ricci
La corretta definizione di accisa è, ancora una volta, l'ennesima "imposta sulla fabbricazione e vendita di prodotti di consumo". Il termine deriva dal latino "accensare", che significa "tassare".
In Italia le accíse più significativamente rilevanti sono quelle relative ai prodotti energetici.
L'accisa è un'imposta che grava sulla quantità dei beni prodotti, a differenza dell'IVA che incide sul valore. Nel territorio italiano, sull'acquisto dei carburanti, gravano un insieme di accise, istituite nel corso degli anni allo scopo di finanziare diverse emergenze. Alcune di esse, sebbene ormai superate e risolte, restano ancora nella composizione della tassa, risultando talmente anacronistiche da suscitare non poche polemiche al riguardo.
L'elenco completo comprende le seguenti accise: 

- 1,90 lire (0,00103 euro) per il finanziamento della guerra di Etiopia del 1935-1936;
- 14 lire (0,00723. euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956;
- 10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento del disastro del Vajont del.1963;
- 10 lire (0,00516 euro) per il finanziamento dell'alluvione di Firenze del 1966;
- 10 lire (0,00516 èuro) per il finanziamento del terremoto del Belice del 1968;
- 99 lire (0,0511 euro) per il finanziamento del terremoto del Friuli del 1976;
- 75 lire (0,0387 euro) per il finanziamento del terremoto dell'Irpinia del 1980; 
- 205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della guerra del Libano del 1983;
- 22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996; 
- 0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004;
- 0,005 euro per l'acquisto di autobus ecologici nel 2005; 
- da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 201 l ;
- 0,04 euro per far fronte al.l'emergenza immigrati dovuta alla crisi libica del 2011;
- 0,0089 euro per l'Alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011;
- 0,082 euro per il decreto "Salva Italia" nel dicembre 2011.

In aggiunta, dal 1999, le Regioni hanno la facoltà di imporre accise regionali sui carburanti.
A ciò si somma l'imposta di fabbricazione sui carburanti, per un totale finale di 70,42 centesimi di euro per la benzina e 59,32 per il diesel. Su queste accise viene applicata anche l'IVA al 21%.
Dai dati elaborati dall'IBL, Istituto Bruno Leoni, che promuove e pubblica studi sui temi dell'ambiente, della concorrenza, dell'energia, delle liberalizzazioni, della fiscalità, delle privatizzazioni e della riforma dello Stato sociale, vengono evidenziati i seguenti dati: 

1996: si pagava per un pieno € 25,83 di cui € 17,64 in imposte. Il prezzo medio era di € 0,738/litro di cui 0,504 di componente fiscale (Iva + Accisa).

2006: il prezzo medio è di € 1,157/litro di cui 0,774 componente fiscale (Iva + Accisa).

In 10 anni si paga il 58% in più. Le Accise italiane sono del 57,1% superiori al minimo UE.
Le imposte in Italia su un pieno di carburante incidono al mese, per un auto di media cilindrata, al 2,65% del nostro Pil pro capite. In altri paesi d'Europa come Francia: 2,25% - Germania: 2,33% - Svezia 1,79%
Sui carburanti vige quadrupla tassazione: accisa - Iva su accisa - Iva sul prezzo tassazione dei profitti delle compagnie.
Le tasse colpiscono ancora il cittadino italiano. Si cerca di distrarlo coi soliti animati talk show o canzonette ma la corda diventa sempre più tesa, ma questo è un argomento scomodo e quindi molti, preferiscono evitarlo. 

Da L'eco di Milano e Provincia, 22 febbraio 2012