Signor
direttore,
in queste settimane i mass-media hanno richiamato l'attenzione
su un presunto "pericolo cinese", spesso invitando ad introdurre
dazi doganali a difesa delle aziende italiane.
Ancora una volta si è fatta però una grande confusione, esprimendo
giudizi ben poco ponderati. In primo luogo, infatti, è necessario
ricordare che le importazioni dalla Cina, soprattutto di prodotti
a bassissimo valore aggiunto (che l'Europa, molto spesso, ha smesso
di realizzare da anni), portano solo vantaggi alle famiglie italiane,
che grazie a queste importazioni risparmiano parecchio. Altro
problema, ovviamente, è quello (giudiziario, ben più che economico)
rappresentato dalle imprese - cinesi, ma spesso anche italiane
- che realizzano copie di prodotti che, in modo fraudolento, vengono
spacciati come prodotti originali, creando danni economici rilevanti
a molte aziende, senza che queste abbiano la possibilità di richiedere
danni.
Ma la lotta ai falsari non ha nulla a che fare con i dazi doganali,
che sono soltanto - in fondo - altre ulteriori tasse per il sistema
produttivo.
Bene quindi ha fatto l'Istituto Bruno Leoni a lanciare un'iniziativa
contro il protezionismo, che ha già raccolto oltre 200 adesioni
di prestigio: tra cui uomini di Chiesa, intellettuali liberali
e noti imprenditori (per aderire, basta scrivere a noalprotezionismo@cne.org
).
Non vi è il minimo dubbio, infatti, che le barriere protezionistiche
impoveriscono le economie degli Stati che le adottano. I 15 mila
dazi imposti dall'Unione europea, ad esempio, impongono alle famiglie
e alle imprese francesi, italiane o tedesche di comprare prodotti
meno convenienti, incapaci di competere con quanto è realizzato
in altre aree del mondo.
Ma quando un'impresa è costretta a rifornirsi con componenti di
minore qualità o di costo elevato, è impossibile che possa reggere
la concorrenza internazionale.
Nel momento in cui un Paese adotta il protezionismo, d'altra parte,
finisce per condannarsi ad un declino inevitabile. Un caso tanto
drammatico quanto da manuale, a questo proposito, è quello dell'Argentina.
In questo paese dell'America latina, infatti, vi è un rigido regime
protezionistico che di fatto impedisce l'importazione di ogni
prodotto straniero che sia realizzato anche in quel paese (taluni
dazi arrivano al 200% e in qualche caso perfino al 300%).
Il risultato, però, è che le imprese locali non sono stimolate
a concorrere e, per giunta, devono spesso rifornirsi da cattivi
produttori locali. Oggi quell'economia è distrutta e c'è solo
da sperare che, nella crisi attuale, gli argentini sappiano comprendere
l'esigenza d'aprirsi agli scambi internazionali.
A proposito della Cina, d'altra parte, bisogna dire che ha poco
senso vedere nella crescita di quell'economia soltanto un rischio.
Quel continente che oggi comincia a muoversi, in realtà, è una
straordinaria opportunità.
Mentre alcune aziende italiane temono la crescita dei concorrenti
asiatici, vi sono infatti nostre imprese che stanno seguendo con
interesse quanto succede in quel paese, perché hanno cominciato
a fare investimenti laggiù e, soprattutto, perché stanno iniziando
a penetrare quel mercato con i nostri prodotti.
Un paese di circa un miliardo di persone che sta uscendo dalla
povertà, e dove va emergendo una piccola borghesia di consumatori,
è un mercato in cui le nostre aziende possono vendere scarpe e
prodotti tessili, motociclette e occhiali, e così via.
Se c'è un problema di copyright e marchi non rispettati, e non
v'è dubbio che ci sia, si perseguano i responsabili (a partire
dagli importatori) e, se necessario, si coinvolga anche l'Unione
europea in questa lotta alla contraffazione industriali.
Ma si eviti di chiudere l'Italia e l'Europa ai competitori, scatenando
una guerra protezionistica da cui usciremmo tutti più poveri.
Forse l'Unione europea predilige la strada dei dazi per avere
più soldi da sperperare.
D'altra parte, fino ad ora l'Europa non ha causato che problemi
alle piccole imprese: dalla legge 626 sulla sicurezza fino al
disastro della moneta unica (che ha fatto lievitare all'inverosimile
i prezzi).
Per non parlare di quelle stupide direttive sulla curvatura delle
banane, il cui unico scopo - in realtà - consisteva nel proteggere
talune produzioni francesi d'oltre-oceano (a scapito di paesi
africani poverissimi: la Costa d'Avorio, ad esempio).
Cordialmente,
Giuseppe Quarto