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Il Sole 24 Ore
- di Alberto Mingardi
Se davvero il nostro ceto politico è convinto che sia possibile mettere in cantiere, oggi, una serie di riforme per riavviare la crescita, sarebbe bene alternare unire terapie shock e omeopatia, grandi svolte e piccoli passi. L'esperienza degli ultimi quindici anni ci insegna che in Italia le grandi riforme deragliano perché troppo ambiziose: è difficile costruire consenso politico, senza avvitarsi in compromessi che le snaturano. Al contrario, le piccole riforme inciampano sui veti dei gruppi d'interesse.

Se mai la politica dimostrasse di saper dribblare le pressioni corporative, allora forse si potrebbe tornare a prenderla sul serio - anche quando progetta cambiamenti epocali. 
Sono molte le piccole cose su cui si potrebbe fare la differenza - da una revisione delle norme sulla sicurezza sul lavoro per “piccoli” e mondo dei servizi, a un congelamento della controversa controriforma forense. Parlando di una “frustata” per l'economia italiana, il premier ha fatto riferimento all'esperienza da ministro dell'industria dell'attuale leader del Pd. Com'è noto, il Bersani ministro dell'industria non riuscì invece a porre mano ad un ampliamento dell'offerta di taxi - e venne anzi travolto dalla categoria e da un manipolo di politici che se ne assunsero la rappresentanza, primo fra tutti l'attuale sindaco di Roma Alemanno. 

Proprio una delibera dell'Assemblea capitolina (il nuovo, altisonante nome del Consiglio comunale di Roma) è stata segnalata la scorsa settimana dall'Antitrust in quanto «volta esclusivamente a mantenere rendite di posizione». Infatti, essa, per attuare la riforma del sistema tariffario avviata con un regolamento comunale del luglio scorso, individua tra i criteri di valutazione della congruità degli aumenti tariffari «il rapporto domanda e offerta a seguito dell'ampliamento dell'organico con rilascio di nuove licenze».

L'Assemblea capitolina, erede spirituale dell'antico Senato romano, con piglio imperiale riscrive le leggi dell'economia: se aumenta l'offerta, che i prezzi aumentino, anziché diminuire. Visto che parliamo di prezzi determinati dalla politica e non dalla negoziazione fra parti, è chiaro che l'idea è quella di ratificare uno "scambio" con la categoria dei tassinari, vincolando l'aumento delle auto bianche circolanti alla "compensazione" dell'aumento tariffario. Si assume che a una maggiore concorrenza debbano per forza corrispondere inferiori ricavi per tassista - ignorando la possibilità che un'offerta più abbondante contribuisca a irrobustire la domanda. Ma non sono i minori ricavi ciò che andrebbe compensato. Il grande argomento della categoria contro la liberalizzazione è la diminuzione di valore della licenza, di norma acquistata a caro prezzo e considerata in prospettiva una sorta di "liquidazione".

Soprattutto per coloro che ne hanno acquisita una di recente, l'argomento è sensato. Se questo è il problema, però, meglio sarebbe tornare a una proposta che come Istituto Bruno Leoni avevamo avanzato alcuni anni fa (riprendendo un'idea di Franco Romani): ampliare l'offerta regalando una licenza, liberamente alienabile, a chi già ne avesse una. In questo modo, ai tassisti sarebbe stata lasciata virtualmente la possibilità di controllare l'offerta (la corporazione potrebbe "bloccare" l'aumento della concorrenza, se tutti compattamente si tenessero la seconda licenza in cassaforte), ma probabilmente un beneficio immediato (la vendita della seconda licenza, o il suo utilizzo da parte di un familiare) verrebbe preferito a uno lontano nel tempo e comunque incerto (la tenuta del valore della prima licenza). È agli atti una proposta dell'allora presidente della commissione Attività Produttive della Camera, Daniele Capezzone, per rendere possibile questo "scambio". Perché non si fece nulla? Probabilmente perché la proposta implicava la rinuncia dei Comuni a qualsiasi guadagno potenziale per le nuove licenze emesse. Decida il lettore se sono più dannosi i veti delle corporazioni, o l'avidità delle amministrazioni.

Da Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2011
Il Riformista
- di Alberto Mingardi
È curioso che ricordando Tommaso Padoa-Schioppa, e la sua esperienza di ministro nel secondo governo Prodi, i più, inclusi gli amici, abbiano insistito sulla frase sulle tasse "bellissime". E paradossale che un uomo con una carriera così impressionante venga celebrato per aver detto una sciocchezza. Sciocchezza che risultava da un uso infelice del paradosso, arma più congeniale a un pirata delle idee che a un civil servant in grisaglie. Del resto, nel nostro paese i politici si dividono fra quelli che le tasse non le abbassano pur riconoscendo che sono eccessive, e quelli che non le abbassano senza neanche ammettere che sono troppo alte. In queste condizioni, il contribuente italiano difficilmente s'appassiona all'estetica del prelievo.

Non le tasse ma le multinazionali sono bellissime, si è sostenuto ieri in una riunione di "Libertiamo", associazione che fa capo a Benedetto Della Vedova. Come provocazione, è più riuscita. Sia perché ci sta sotto un serio ragionamento economico, sia perché è una frustata vera alla cultura politica prevalente. Per quest'ultima, infatti, le multinazionali sono variamente associate al concetto di sfruttamento. L'idea stessa di una impresa che scavalca i confini è stata letta come una ribellione dell'economico al politico, il segnale che persino il vecchio castigatore del capitalismo, lo Stato, era diventato incapace di mettergli la museruola in tempi di globalizzazione. Si è protestato allegramente contro aziende di vario tipo, corse a dare lavoro in realtà dove il costo dei fattori della produzione è più basso (anche ma non solo per questioni di welfare e "garanzie").

Le Br vedevano il problema al contrario, immaginando che lo Stato-nazione fosse diventato la cinghia di trasmissione «del capitale internazionale organizzato contro il popolo». S'è persa l'analisi, è rimasto il gergo. Il Sim, lo Stato imperialista delle multinazionali, rispunta di tanto in tanto fra una "A" di anarchia e un pene stilizzato sui muri delle nostre città.

Bravi quelli di "Libertiamo". Altro che burattinai del potere politico, o cucine dell'abuso dell'uomo sull'uomo: le multinazionali sono bellissime. Il rovesciamento di prospettiva è totale. In primo luogo, perché passando in rassegna una serie di casi nel convegno di ieri s'è sostenuto come le multinazionali facciano bene tante cose, ma non "catturare" il potere politico. In Italia in tutta evidenza i "catturatori" più esperti lavorano nelle imprese a capitale nazionale, in particolar modo quelle cresciute in simbiosi con la politica. C'è tutta una classe manageriale che ai partiti deve nomina e carriera, in un gioco di scambi impropri per cui a garanzie occupazionali e "pace sociale" si corrisponde la distribuzione di privilegi più o meno larvati, che giunti al dunque si concretano sempre nella protezione dalla concorrenza internazionale. In seconda battuta, il vecchio schema dei no global finisce a testa in giù perché non si guarda alle multinazionali come "invasori" del Terzo mondo, ma come "invasori mancati" dell'Italia. Gli investimenti diretti esteri ci dicono quello che il resto del mondo pensa di noi e, si legge in un documento di "Libertiamo", dell'Italia in tutta evidenza non si pensa bene. «Il nostro paese beneficia di un flusso annuo di investimenti diretti esteri in termini assoluti minore di quello di Spagna e Paesi Bassi, che pure hanno un Pil e una popolazione sensibilmente inferiori». Gli Ide (investimenti diretti all'estero), spiegano gli autori, toccano i loro picchi in corrispondenza di un'acquisizione, del temuto "shopping" di imprese patrie: quando cioè si sostanziano nell'afflusso di capitali freschi a vantaggio di un progetto imprenditoriale.

Per dire la verità, in Italia casi anche molto visibili di grandi imprese a capitale estero non mancano (pensiamo a tutto il settore della telefonia, con eccezione del coccolatissimo incumbent) ma, nonostante più di una storia di successo, la classe politica si diverte a etichettare come "strategica" questa o quell'azienda, quando vuole sbarrare la strada a investitori sgraditi. Pensiamo alla fusione AutostradeAbertis o all'ingresso di AT&T in Telecom Italia, cui sbarrò la strada il governo Prodi II. Al governo Berlusconi che non volle saperne di vendere Alitalia ai francesi di Air France. Al consolidamento bancario avvenuto sotto una regia protezionistica: quante fusioni si sono fatte, col pretesto di evitare al Banco Santander di acquisire il controllo di un istituto di credito italiano?

La «cagione principale di questi fatti sta nel sentimento che ingombra l'animo dei più, pel quale si crede essere il governo fattore principale della prosperità nazionale». «Che splendido avvenire avrebbe avuto l'Italia se rimaneva fedele alle dottrine del conte di Cavour! Sarebbe diventata il porto franco dell'Europa. Invece di imitare gli altri paesi che si invescavano nel protezionismo, conveniva battere la via opposta. Appunto l'Inghilterra trova suo utile in ciò che gli altri paesi sono protezionisti, onde essa ha il monopolio del libero cambio». Lo scriveva Vilfredo Pareto nel 1897. Si biasima giustamente la bizzosa arbitrarietà del legislatore italiano, che allontana gli investitori, come il nostro fisco bizantino. Ma se in Italia non sono stabili le norme, se non altro le balle che ci racconta la classe politica sono fieramente sempre uguali a se stesse.

Altro che Sim, gli investimenti esteri in un paese sono il segnale della sua vitalità economica. Noi facciamo di tutto per scoraggiarli